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La responsabilità sociale in un panino

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     Premessa: qui non si cercherà di arrivare ad una verità né si è alla ricerca di un fantomatico colpevole; si vuole solo offrire uno sguardo disincantato su dinamiche che ci coinvolgono direttamente anche se solo passivamente.

     Altra premessa: conosco benissimo il piacere che un gesto di beneficenza regala e sono talmente egoista che da quando ho scoperto l’addebito automatico mensile tramite PayPal mi regalo diversi brividi grazie alle notifiche che mi arrivano.

     Una terza premessa è che sono vegano (ma questo è noto a tutti e dieci i miei lettori) e che si parla di un locale che di vegano forse non ha neanche le patatine fritte.

     Le premesse servono a giocare il più possibile a carte scoperte per parlare del più chiacchierato argomento del mondo gastronomico campano (e non solo) delle ultime ore, che è quello dell’offerta di panini e patatine fritte ad alcuni bambini degenti del Vecchio Policlinico di Napoli da parte di Puok, una paninoteca da asporto napoletana che ha grande successo. In mezzo, Diamo una Mano ONLUS, organizzazione di volontari che animano i piccoli degenti della struttura ospedaliera partenopea. A valle, i vari media che ne hanno parlato, dal locale come Repubblica, fino al nazionale come il Corriere della Sera ed altri.

La mia prima sensazione, nell’aprire i vari articoli, è stata di sospetto, lo confesso.

     Il menù praticamente riportato pari pari sullo scontrino, i sacchetti col logo della paninoteca in evidenza, un certo gusto per l’inquadratura, espressioni entusiastiche dei panini nei pezzi che sembravano uscite dalla tastiera di un ufficio stampa.

     Varie considerazioni sono state espresse pure da altri sulla faccenda, qualcuna critica, ma per lo più entusiastiche lodi alla bontà di Egidio Cerrone, il “lurido mangione” delle Avventure Culinarie di Puok&Med e poi ideatore della paninoteca Puok, che qui nessuno mette in dubbio: Cerrone ha, in fondo, una faccia simpatica e sono certo della sua integrità. È però innegabile che Cerrone, prima con Puok&Med e ora con Puok abbia contribuito (certamente non da solo) a diffondere, accanto ad una cultura del gusto del cibo di strada, anche una degenerazione nei suoi seguaci per l’adorazione del cibo grasso, sostanzioso, a volte anche oltre il limite della decenza. Uno spirito di emulazione che si è concentrato sulla parte unta tralasciando tutta l’attenzione alle materie prime, insomma.

     Stesso spirito di emulazione che i difensori accaniti di Cerrone (ce ne sono e di integralisti pure) auspicano si diffonda a macchia d’olio (ah ah!) a seguito di questo gesto.

E se ciò accadesse, davvero dobbiamo augurarci un’invasione di panini imbottiti e salse e patatine fritte nei reparti di oncologia pediatrica?

     Le linee guida del Vecchio Policlinico di Napoli non paiono rintracciabili in rete, ma possiamo leggere quelle che indica il Bambin Gesù di Roma, dove pare di leggere una lista di ingredienti e alimenti consigliati che potreste trovare nella dispensa di qualsiasi vegano salutista igienista: zenzero, curcuma, noci… l’hamburger compare ma che sia di ceci o di lenticchie! Persino il malto d’orzo e il malto di riso in sostituzione dello zucchero, fino al grassetto che invita a privilegiare “le fonti proteiche vegetali rispetto a quelle animali”.

     Non compare mai l’indicazione di carne o di formaggi né si cita la frittura tra le cotture preferite. Sono sempre strane queste indicazioni, perché preferiscono elencare tutte le tante opzioni  preferibili anziché elencare le poche da eliminare o limitare.

     In tutto ciò in pochi hanno provato a dare uno sguardo alle pagine social della ONLUS, che pare sia stata la promotrice della diffusione della notizia: facendolo noterete che hanno lanciato una campagna per la donazione di sangue legandola ad un concorso per vincere un iPhone7.

     Una strategia sicuramente insolita, che non punta più sul gesto del dono per gli altri ma sulla possibilità di vincere uno smartphone per sé, col quale magari selfarsi in occasione del prossimo gesto altruista.

Può essere una strategia vincente, non ho dubbi, adatta ai tempi che viviamo e flessibile il giusto.

     Io resto ancora dell’opinione che non conti solo il risultato, ma anche il modo in cui questo viene raggiunto, ma tanto, come avrete ascoltato nel video, di qualsiasi opinione diversa Diamo una Mano ONLUS se ne frega: il sangue si raccoglierà lo stesso e sarà anche più di quanto si sarebbe raccolto senza smartphone in palio, ma cosa resta nelle persone che hanno donato? Si trasmette un vero senso di partecipazione alla donazione verso sconosciuti in difficoltà o si sono solo attratte persone interessate alla possibile vincita? E quando il premio in palio alla prossima lotteriadonazione non sarà così allettante, cosa succederà?

     A proposito di emulazione, noterete che sabato scorso la ONLUS, sulla sua pagina Facebook, ha dato notizia di una signora che ha deciso di offrire gelati ai piccoli degenti e alle loro famiglie ma che questo gesto non ha avuto neanche un milionesimo della visibilità di Puok.

     Siamo comunque certi che la dieta di questi bambini, tra panini imbottiti, patatine fritte e gelati sia comunque bilanciata e controllata dai medici del Vecchio Policlinico. Io non sono un medico, né so in quel reparto i bambini in che stato della terribile malattia si trovano e se l’eccezione per certi cibi è consentita e tante altre, troppe cose: sarebbe stato interessante che qualcuno dei tanti giornalisti (seri, non scrittori per hobby come me) avesse contattato non solo Cerrone, come in molti hanno fatto in queste ore, ma anche qualcuno dell’ospedale: si sarebbe forse così potuto approfondire meglio l’argomento, delicatissimo.

     Si tratta di responsabilità sociale che Egidio Cerrone, Diamo una Mano ONLUS, il Vecchio Policlinico e i media condividono e devono sentire propria.

La foto in evidenza è stata reperita in rete e non è di nostra proprietà.

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Salvatore Pope Velotti è appassionato da sempre di cucina, cibo e ristoranti. È stato onnivoro fino al 2012, quando si rese conto che la soddisfazione del proprio palato non valeva la milionesima parte della sofferenza di un solo animale, avvicinandosi quindi al veganesimo. Con il marchio Alter Vego racconta le sue esperienze di vita legate al cibo dal punto di vista di un vegano in un mondo a maggioranza onnivora, senza integralismi e con tutta la tolleranza di cui è capace (spesso poca), visitando e recensendo ristoranti, raccontando dei libri di cucina che acquista e consulta, provando e inventando ricette vegetali, facendo la spesa in negozi, mercati e supermercati. È nato alle pendici del Vesuvio e vive a Napoli con una fidanzata onnivora e due gatte carnivore.