Ma diventeranno davvero tutti uguali?

Il mio primo articolo in assoluto sul Web nel 2001, scritto per il magazine Winereport.com quand’era davvero grande perché diretto da un irripetibile Franco Ziliani, aveva proprio questo titolo perché vent’anni fa c’era davvero di che preoccuparsi dell’omologazione del gusto dei vini operata dalle grandi cantine pur di apparire à la page sui mercati internazionali.

Io stesso ero  rimasto  molto  impressionato  da  tre  articoli sui massimi vertici dei vini secondo Veronelli, Juancho Asenjo e Burton Anderson. Il meglio dei meglio esisteva, eccome, ma non per fortuna, bensì grazie agli sforzi notevoli e ai sacrifici di molti ottimi produttori e commercianti. Questa è gente che fa onore al nostro Paese e alla nostra intraprendenza perché ha fortemente voluto investire in qualità negli anni del rapido calo del consumo pro-capite del vino (da 110 litri l’anno a poco più di 50), quando gruppi di furbastri vendevano invece tagli non troppo salubri per fegato, reni e intestino, ma anche quando bande di disonesti sofisticavano a man bassa avvelenando con prodotti al metanolo i consumatori fino a procurarne la morte, la cecità o altre mutilazioni.

Faceva piacere che i giornalisti che orientavano l’opinione pubblicassero gli elenchi dei loro preferiti, anche se il metro dei giudizi è sempre soggettivo e lascia sempre fuori almeno altrettanti vini di produttori dello stesso livello. Applaudivo allora e lo faccio anche adesso senz’altro ai primissimi, ai più osannati, ma avrei voluto e vorrei sempre applaudire più calorosamente anche agli ultimi, che in qualche annata fanno anch’essi capolino in una o più di questi elenchi, di queste “guide” (non chiamiamole classifiche), non solo per incoraggiamento, ma perché lo meritano davvero e affinché non si sentano bocciati dal giudizio di qualcuno, in quanto nessuno è così giudice come quello veramente oggettivo, cioè il mercato…

Infatti, se la qualità dei vini citati come migliori è davvero quasi sempre eccelsa, non dimentichiamo che la stragrande maggioranza della gente berrà poche volte nella sua vita questi divini nettari, sia per problemi purtroppo di portafoglio sia per una reperibilità non sempre facile su tutte le piazze, in quanto alcune produzioni sono veramente da contagocce. 

Penso che sia fondamentale suggerire che bere tanto fa male e bere male fa peggio. Spero che questo sano principio ci regoli sempre negli acquisti, in modo che nella ricerca del meglio si possano incontrare quei giusti livelli di soddisfazione per ciascuno e per ogni occasione.

Ci sono i vini di tutti i giorni, quelli della domenica, quelli per le specialità gastronomiche, quelli delle grandi feste, quelli delle occasioni particolari, ma soprattutto il vino è veramente buono quando lo si gusta in compagnia e quando lo si abbina a qualcosa di altrettanto buono da mettere sotto i denti. Sarebbe una follia spendere una fortuna nel bere certi vini con un piatto di semplici, profumatissime frittate o pizze, ma è anche vero il contrario e cioè che sarebbe meglio non dedicare alla succulenta selvaggina, per fare un esempio, dei vinelli di scarso pregio.

C’è da tenere conto anche del mutare del gusto secondo le diverse età di ciascuno e tra le diverse generazioni, c’è un grosso miglioramento delle coltivazioni, delle tecnologie di cantina, delle attività degli enti di autocontrollo dei produttori, della diffusione della cultura enogastronomica e i vini non possono che migliorare nell’emulazione, ma certamente non nella copiatura.

Perciò nel leggere quei tre articoli non mi ero stupito più di tanto  per le assenze, più o meno momentanee, di una parte dei vini che amo e che preferirei giustamente a fianco dei meritevolissimi elogiati. Mi ero invece fortemente preoccupato per una rilevata tendenza a identificare il vino secondo dei modelli privilegiati. È la concordanza di opinioni su modelli di vino molto simili che mi preoccupa, perché il mondo del vino é bello in quanto vario, non mangiamo sempre e soltanto cacciagione, formaggi invecchiati e arrosti o brasati, la dieta mediterranea è la più sana e anche la più sfiziosa e richiede fantasia anche negli abbinamenti con vini locali e forestieri.

La cucina italiana è ricca perché esalta il meglio delle varie cucine regionali, anche quelle che si pensava fossero povere, e l’enologia italiana è la più ricca del mondo perché esalta con ogni piatto tipico il vino locale più consono e quello forestiero più adatto (i cosiddetti matrimoni d’amore e le relative scappatelle) che sono alla base della gioiosità e della vivacità della nostra variegata civiltà mediterranea, dove quasi tutte le pietanze sono civettuole…

Mia moglie non sopporta i rossi, purtroppo, poverina davvero, è solo per una questione di tannini e mi fa pena non perché beva male (anzi!) ma perché si perde degli autentici gioielli. Eppure a ferragosto, in campagna, da un conoscente che produceva vino rosso a Ovada, faceva la spola con le caraffe di vetro tra le vasche di vetroresina e la tavola con il naso e le orecchie sempre più coloriti, si vedeva che le piaceva tanto e la rendeva allegra quel Dolcetto favoloso bevuto a una tavolata alla buona sotto il portico nell’aria frizzante che saliva dai vigneti a incontrare il profumo delle paste e fagioli. Ne imbottigliammo subito un cartone da portare a casa ma, ahimè, com’era prevedibile… di quelle sei bottiglie non ne bevve più che un solo bicchiere. Viaggiando, infatti, anche il gusto era cambiato.

Il vino, si sa, non ama viaggiare, anche nei modi migliori e con tutte le precauzioni possibili cambia un po’, è un prodotto di terra e di pianta. Quando esce dalla sua cantina dove indossava i calzoni corti mette finalmente i pantaloni lunghi, anche un vestito e, e pur rimanendo lo stesso ragazzotto, fuori dal cancello della tenuta è già diverso, come divennero diversi Adamo ed Eva quando  mangiarono la mela e si sentirono per la prima volta nudi al punto da coprirsi con le prime foglie larghe a portata di mano (foglie di fico si dice) e se ne andarono per il mondo così vestiti e ormai tanto diversi da non poter più nemmeno restare nell’Eden.

Il consumo alla cantina esalta la genuinità e la giovinezza, l’esuberanza e la generosità dei vini, plaudo quindi alle cantine che fanno agriturismo perché salvano la tipicità di quegli ottimi vitigni che tenderebbero a scomparire (come certi lo hanno già fatto) se tutti bevessero soltanto i vini di quelli giudicati sempre negli elenchi dei migliori.

Vorrei vedere, in riva al fiume, con le gustose trotelle al blu o con le arborelle fritte, o in cima alla collina, con le pastasciutte o le minestre della nonna, chi è capace di non bere certi vini locali o al massimo del circondario, quelli che sembrano fatti apposta per gustare meglio quei pranzi! Anche l’escluso dalle guide, ma originario del posto, vinificato in purezza secondo tradizione e sapienza, da gente capace, onesta e innamorata della vigna diventa migliore di ognuno dei cosiddetti ”top 50” o ”top 100”.

La tipicità, l’abbinamento locale, la regionalità, il turismo alla ricerca del vivere sano e genuino premiano l’enorme varietà di vini e quindi di vitigni di cui il nostro Paese è il più ricco, da più di duemila anni, nonostante la strage della fillossera da cui si sono anche salvati con l’innesto su radici americane, non c’è in nessun’altra parte del mondo una gamma ampelografica così vasta.

La vinificazione secondo l’incontro tra le arti tradizionali e le moderne tecniche e tecnologie non si può appiattire su modelli molto simili fra loro che vanno per la maggiore o che diventano di moda (caduchi, quindi, come ogni moda quando ne spunta un’altra…) ma se ne può arricchire, a patto che la benvenuta sperimentazione non diventi una miscela arabica che stravolga la personalità di ogni vino al punto da renderlo sempre più simile ad un altro di altre regioni, anche d’oltreconfine, provocando la scomparsa dell’originario, quando cominceremo a piangere perché non c’è più quel particolare Freisa spumeggiante per le tiepide finanziere con le creste e i bargigli di gallo, quell’Asprinio di Aversa per le pizze alla marinara.

La barrique applicata dappertutto non va sempre bene, il bio-ecologico esagerato può provocare infiammazioni renali, i processi di vinificazione globalizzati che rendono sempre più uguali quei poveri vinelli bianchi dalla limitata longevità, insomma le cosiddette mode dovrebbero proporre tutta una serie di attenzioni alle confraternite, enoteche, consorzi, enti locali, ministero, riviste specializzate, corsi di degustazione, trasmissioni televisive, purché tutte queste attività si propongano con l’adeguata autorità, serietà e competenza nel campo delle discussioni, delle promozioni, delle tutele, a difesa dei comuni interessi di produttori e consumatori, che sono nel rapporto qualità/prezzo.

I vini miglioreranno certamente se le classifiche rimarranno soggettive e propositive anziché arrogarsi il ruolo che ha un arbitro nel campionato di calcio, effetto indesiderato peraltro dagli stessi autori che sono amanti del vino e persone serissime, che hanno quelle possibilità negate ai più di far conoscere le nostre perle oltreoceano, assaggiando e comparando le esperienze più disparate e l’incontro con i gusti diversi di altri popoli, altre culture, altre cucine.

Noi, a parte alcune città dove il vivere, ma anche il bere, non ha più il fascino della placidità delle campagne, in genere siamo più concreti nella cucina di tutti i giorni, ogni nostra pulita trattoria rimane a lungo nella memoria dei turisti stranieri perché vi si mangia alla casalinga molto bene, in quanto quella trattoria deve competere con le nostre mamme, nonne e mogli che fanno manicaretti stupendi in casa a tutte le ore e magari anche soltanto con due patate. Il loro pur famoso ristorante, invece, praticamente può concorrere soltanto con un altro ristorante perfino di un’altra etnia, visto certe abitudini alimentari senza nessun’altra regola che quello che si trova nel congelatore con aggiunta di ketchup, senape o salse di rafano sopra qualsiasi alimento, purché sia colorato e speziato va sempre bene…

Il nostro bere sa far cultura, è civiltà, cioè cosa diversa dalla moda e dallo stress.  

Come gli antichi romani piantarono la vite in tutto il mediterraneo, Europa e medio oriente, oggi abbiamo esportato impianti vinicoli nei Paesi più impensati, che  producono già dei buoni vini con tutti i vantaggi di prezzi concorrenziali sui nostri stessi mercati. Non possiamo far diventare i nostri gioielli troppo simili pur di concorrere, anzi che fioriscano tutti ben distinti per far fiorire tutte le possibilità di scelta di consumatori che vanno sempre più stimolati al giusto approccio. Nella straordinaria varietà dei vini e delle loro personalità abbiamo molto ancora da fare e da studiare, da imparare, salvaguardando il fiore all’occhiello della tipicità di tutti i nostri prodotti.

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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