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Non il solito Cheese

“Non è il solito Cheese”.

Questo è ciò che ho pensato non appena sono scesa dall’Italo che mi ha portata da Napoli fino a Bra.

Nella piazza antistante la stazione non c’era il solito via vai delle navette che trasportavano i visitatori dalle aree parcheggio alla fiera, né tantomeno gli addetti alla sicurezza che gestivano la frenesia delle persone pronte a prendere d’assalto gli stand.

La piazza era semivuota. Non c’erano taxi e da lontano non si scorgeva neanche un cartello o una insegna che rivelasse la presenza di un casaro.

Il Covid ha colto di sorpresa tutti e, ovviamente, anche il settore fieristico ha subito una bella batosta. Al Cheese, la kermesse biennale organizzata da Slow Food e incentrata sui formaggi provenienti da mezzo mondo, quest’anno c’erano almeno un centinaio di espositori in meno. Alcuni non ce l’hanno fatta a sopravvivere, per altri sarebbe stato troppo costoso partecipare, mentre per gli inglesi ci ha pensato la brexit.

Non è stato il solito Cheese ma ce lo siamo fatti bastare. Perché avevamo voglia di libertà, del confronto, di guardare negli occhi un produttore mentre ci raccontava della sua vita. Di annusare, di assaggiare, di sorridere. Perché ogni volta che si passeggia tra quei corridoi di formaggi, lasciandosi inebriare dai profumi di pascolo e alpeggio, è sempre magia.

Il tema di Cheese 2021 è stato il benessere animale. Quindi solo formaggi di piccole produzioni, a latte crudo e da “animali felici”, nel pieno rispetto della loro dignità.
Ho avuto il piacere di ritrovare molti casari e la sorpresa di scoprirne di nuovi. Il mio percorso nel centro storico di Bra è iniziato dalla strada dei Presidi, ovvero da un viottolo in cui vi erano tutti i casari che producevano formaggi Presidio Slow Food. Ho trovato in gran forma il Pecorino di Farindola, prodotto con caglio di maiale, il Montèbore e il Pallone di Gravina. Ho assaggiato per la prima volta il Graukase, ovvero il formaggio più magro del mondo e, nonostante prediliga formaggi decisamente più grassi, mi ha piacevolmente sorpreso, soprattutto nella versione spalmabile con cipolla fresca e finocchietto.
Imperdibile ed entusiasmante è stata la degustazione di una bella verticale di Parmigiano Reggiano prodotto con latte di montagna di vacca bianca modenese, una produzione davvero limitatissima: 1 sola forma al giorno al mondo (per la quale è necessario un allevamento di circa 120 capi, al libero pascolo).
Bitto, Castelmagno d’Alpeggio e Storico Ribelle sono stati tra gli assaggi più corposi e sostanziosi, mentre il Caciocavallo di Ciminà e il Maccagn d’Alpeggio si sono difesi bene per la loro delicatezza nei sentori erbacei e di pascolo.

Mi dirigo verso la strada degli Affinatori, dimezzata rispetto allo scorso anno. Da grande estimatrice di formaggi francesi, sono rimasta molto delusa dall’assenza di Mons e Xavier, e mi sono mancate anche le grandissime forme di Cheddar degli affinatori inglesi, che le poggiavano l’una sull’altra fino a formare delle vere e proprie colonne. Però c’erano gli spagnoli: Poncelet e Cultivo, i miei preferiti! Se non riescono a dare il meglio di sé con le paste molli, sulle paste dure sono fortissimi, specie su quelle a latte di pecora e a latte vaccino. Una bella conferma sono stati i formaggi svizzeri stagionati, dall’Etivaz di alpeggio fino allo Schlossberger di 30 mesi prodotto nella regione dell’Emmental, entrambi a latte vaccino. Tra questi colossi dell’arte casearia ha sgomitato prepotentemente anche la Svezia con una pasta dura che mi ha conquistato al primo assaggio: l’Almnas Brick, un formaggio antico dal sapore potente e burroso e affinato almeno 22 mesi.


Chiudono la mia visita a Cheese 2021 i “formaggi di casa”: caciocavallo podolico, pecorino bagnolese e pecorino di Carmasciano, tutti sempre sul pezzo, intramontabili.
Non ci resta che attendere Cheese 2023, augurandoci che si svolga nel modo più “normale” possibile e con tanti, tantissimi produttori. Allora si che sarà una gran festa!



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