A tavola con Francesco Fry Moneti

A tavola con Francesco Fry Moneti

A tavola con Francesco Fry Moneti

Un viaggio tra parole, sapori e calici con chi fa cultura in Italia

Francesco “Fry” Moneti è uno dei più influenti musicisti del folk rock italiano. Polistrumentista con più di trenta anni di professionismo musicale e scrittore. Attualmente in tour con i Modena City Ramblers, con il disco Appunti resistenti e il libro Nati per la libertà, uscito per La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi. Fry è attivissimo come turnista per altri artisti e, nelle poche pause lasciate dai MCR, è in tour con Colpevoli, il disco uscito col suo nuovo progetto Effemme. Oltre alla musica, Fry, è un appassionato di boxe, cibo e serie Tv crime inglesi e scozzesi.

Francesco Fry Moneti
Francesco Fry Moneti

Il primo sapore che ricordi della tua infanzia?

Un ricordo che mi porta a casa, alla mia infanzia, ai giochi e alle ginocchia sbucciate è una merenda particolare: la fetta di pane con vino e zucchero. Era un po’ la merenda-tipo delle famiglie toscane che abitavano poi in campagna, seguito dal pane con olio, sale e baccelli.

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Il tuo piatto “culto” per l’ispirazione?

Direi le pappardelle al ragù, e più grosse e spesse son le pappardelle, più stimolata sarà la creatività (ride).

Cosa non deve mai mancare sulla tua tavola?

Due cose all’opposto: pane sciocco ovvero senza sale! Il classico pane toscano che si può accompagnare con tutto e… la boccetta del sale! Ad eccezione del pane, appunto, mi piace “salare” con decisione più o meno tutto.

Il piatto che più ti rappresenta e perché?

Mah io son, da buon toscano, un amante dei secondi piatti e della carne. Direi che la classica fiorentina, che amo chiamare “la bistecca di Dinosauro” (ride), servita al sangue con un bosco di insalata verde è la mia rappresentazione a tavola. Te l’ho detto: son toscano e pur amando e provando tantissimi tipi di cucina diversi, grazie al mio lavoro che mi porta praticamente tutte le sere al ristorante, ho comunque una mia comfort zone.

Un cibo che per te è puro conforto?

Adoro gli arrosticini abruzzesi e potrei mangiarne a vagonate (ride). Mi diverte anche il rito legato a questo cibo. Le brocche con cui te li servono e contare i bastoncini che rimangono sul piatto alla fine del pasto.

Il tuo rituale preferito legato al cibo?

Quando sono in tour di solito scendo nella sala colazione degli alberghi con un abbigliamento di fortuna: ciabatte, costume o pantaloncini anche se magari si tratta di hotel lussuosi (ride) e mi regalo una colazione molto lunga che passa dal salato al dolce, il tutto con dei ritmi caraibici, lenti. Se son a casa mi occupo sempre e solo io di preparare la colazione alla mia famiglia. È un rito, un momento della giornata che amo tantissimo passare con loro.

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Cibo e solitudine: un momento che ti appartiene?

Mi capita a volte di pranzare da solo a Parma, dove abito, dopo magari che mi son allenato in palestra e di non dire a nessuno dove sono. Mi capita di provare ristorantini o trattorie dove non son mai stato, ma anche farmi un piatto di insalata farcito con molte cose in due o tre posti strategici che conosco bene, in silenzio, con i miei tempi. Il concetto di mangiare alla svelta che dopo c’è da fare non mi appartiene assolutamente. Il cibo e la ritualità legata ad esso è uno dei maggiori piaceri della vita.

Il piatto da condividere assolutamente con chi ami?

Se devo fare un regalo o una cosa carina a mia moglie la porto fuori in posti per noi importanti o dove ci troviamo bene. Invece se capita di stare a casa da solo con mio figlio, che ha 6 anni, cucino le cose semplici che piacciono a lui… quindi il mondo degli hot dog o hamburger che decoro con scritte create grazie alla maionese (ride) e ce la divertiamo. Però alla fine c’ è sempre un piccolo piatto di insalata che deve mangiare, così mette nel pancino qualcosa di salutare, oltre al junk food (ride).

Un luogo (reale o immaginario) dove il cibo ha avuto un ruolo speciale nella tua vita?

Oh! Son talmente tanti… mi ricordo verso la fine degli anni 90 un’impepata di cozze degustata in un ristorantino vicino al mare nel messinese, così buona che ho bissato il piatto! Ma ho proprio risposto al cameriere che mi chiedeva cosa volessi ancora: “un’altra impepata di cozze, grazie” (ride). Un ricordo più recente è legato ad un paio di anni fa, quando con i Modena City Ramblers abbiamo partecipato al prestigioso Womad Festival in Cile: ci trovavamo a Santiago, dove vive una cara amica… Le ho chiesto un posto dove poter mangiare la miglior carne di Santiago ed evitare le trappole acchiappa turisti. “Te lo dico subito, però vengo anche io con voi”, fu la sua risposta. Ci servirono della carne che pareva uscita direttamente dal banchetto degli dèi. Ma mi viene in mente anche un ristorante in Asturia, dove nel 1997 facemmo un tour: il miglior baccalà che abbia mai sentito!

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Se fossi un ingrediente, quale saresti?

Forse un peperoncino. Di quelli molto forti e decisi, che si amano o si odiano.

Un vino che ti ha emozionato e perché?

Non son un grande intenditore di vini ma ho un bel ricordo di una serata passata con amici nei primi anni 90 con il becco bagnato dal Verdicchio di Matelica.

Con chi (vivo o immaginario) vorresti condividere un calice e cosa berresti?

Sicuramente con Luis Sepulveda, uno scrittore immenso e una bella persona. L’ho frequentato con i MCR e ci abbiamo collaborato più volte. Anni fa organizzarono a Pordenone usa serata che vedeva MCR e Luis Sepulveda protagonisti. Una serata di letture e musica, molto stimolante. Purtroppo, poche ore prima dell’evento sua moglie Carmen entrò in teatro e ci avvisò che Luis si era sentito poco bene. Una febbre piuttosto alta lo avrebbe, quindi, costretto a riposare in hotel. Luis era estremamente dispiaciuto, ma non ce la faceva proprio a mettersi in piedi. Lo tranquillizzammo e affrontammo da soli la serata, ripromettendoci che avremmo trovato un’altra occasione per rivederci. Purtroppo, pochi anni dopo, il Covid ce lo ha portato via. Ecco, mi piacerebbe recuperare quella serata con Luis e raccontarci mille cose di fronte ad un buon piatto ed un calice di vino.

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Palermitana per radici e per scelta, ho attraversato mondi diversi con la scrittura come bussola: dall’arte alla musica, dalla scienza all’economia, raccontando ciò che muove il pensiero e l’emozione. Oggi il mio sguardo si posa sull’enogastronomia, che per me è un racconto sensoriale, fatto di memoria, identità e stupore. Ho viaggiato molto, osservato tanto, assaporato con lentezza. Scelgo i cibi come si scelgono le parole: cercando il legame invisibile tra il gusto e il ricordo, tra l’esperienza e il cuore.
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