Il vino ama parlare agli addetti ai lavori.
La faccenda diventa più interessante quando davanti trova chi ha prenotato, pagato la cena e scelto di dedicargli una serata.
È da questa prospettiva che abbiamo osservato l’Altemasi Week a Napoli.
Non dalla posizione protetta di una masterclass o di una cena stampa.
Abbiamo partecipato all’appuntamento aperto al pubblico allo Skyline Mediterraneo di Pozzuoli.
Volevamo capire come una bollicina di montagna si muovesse fuori dal recinto degli esperti.

Perché il Trentodoc non è affatto scontato.
Non lo è nelle abitudini di chi beve prevalentemente vini campani.
E non lo è a Napoli, dove il vino viene interrogato soprattutto a tavola.
Prima di arrivare qui, Altemasi Week aveva già incontrato Firenze e Torino.
Firenze aveva inaugurato il progetto con un’attenzione particolare alla formazione degli operatori e al mondo della ristorazione.
Torino aveva sviluppato una rete di mescite, aperitivi, degustazioni e appuntamenti rivolti anche ai creator.
Napoli ha allargato ulteriormente il campo.
Per sette giorni, il progetto ha coinvolto ristoranti, bistrot ed enoteche distribuiti tra la città e la provincia.
Le etichette sono comparse al calice, durante gli aperitivi e all’interno di percorsi gastronomici più articolati.
Due masterclass hanno avvicinato gli operatori alla denominazione.
Una cena elegante da CrudoRe’ ha coinvolto la stampa.
Un altro appuntamento è stato pensato per gli influencer.
Poi c’erano le serate aperte al pubblico.
Non è una distinzione secondaria.
Ogni destinatario possiede linguaggi, aspettative e perfino tempi di attenzione differenti.
Con un giornalista si può discutere di affinamenti e altitudini.
Con il cliente finale bisogna arrivare al punto.
Il vino deve essere buono, riconoscibile e capace di giustificare la propria presenza nel bicchiere.
Possibilmente prima che qualcuno inizi a controllare il telefono.

Parlando con il brand ambassador, abbiamo compreso che il format non viene semplicemente trasferito da una città all’altra.
Viene adattato.
Cambiano le abitudini gastronomiche, il rapporto con il vino e il modo in cui il pubblico accoglie questo genere di serate.
A Napoli, inevitabilmente, il cibo assume un ruolo decisivo.
Qui una bollicina non può accontentarsi di essere elegante.
Deve accompagnare, sostenere e qualche volta sopravvivere alla tavola.
Abbiamo scelto la cena dello Skyline proprio per osservare questo incontro nella sua versione meno schermata.
Si trattava di un appuntamento a pagamento, prenotabile da chiunque.
Niente platea composta soltanto da tecnici, giornalisti o professionisti del settore.
C’erano clienti arrivati per trascorrere una serata e conoscere i vini.
È probabilmente questo il banco di prova più concreto per un progetto del genere.
Durante la cena sono state presentate diverse espressioni della gamma Altemasi Trentodoc.

Non ci soffermeremo sul servizio o sull’esecuzione dei piatti.
Il nostro interesse era capire che cosa accadesse nel bicchiere e, soprattutto, insieme al cibo.
L’aperitivo si è aperto con una Magnum 2021.
Un ingresso coerente con l’ambizione della serata e utile a introdurre lo stile della casa.
Il percorso vero e proprio è cominciato con il Millesimato 2022.
Al naso sono emersi agrumi, frutto bianco e richiami alla panificazione.
La crosta di pane accompagnava il sorso senza appesantirlo.
È stato il vino più immediato del percorso.
Possiede il garbo necessario per presentarsi senza dover prima consegnare al tavolo un manuale d’istruzioni.
Il Rosé ha cambiato il registro.

Al naso era attraente e il colore pallido guardava alla Francia senza perdere completamente la propria identità montana.
Il Pinot Nero faceva il suo lavoro.
Conferiva corpo, persistenza e una maggiore disponibilità verso la tavola.
In abbinamento ai fritti ha mostrato una versatilità tutt’altro che decorativa.
Il colore può anche sedurre.
Fortunatamente, però, nel bicchiere c’era abbastanza sostanza per continuare la conversazione.
Con il Pas Dosé Millesimato 2020 il percorso si è fatto più impegnativo.
L’impatto in bocca era deciso, la materia evidente e il sorso meno accomodante.
Non è una bollicina da bere distrattamente durante un aperitivo.
È un vino da pasto, bisognoso di cibo e di una certa attenzione.
La bevibilità viene indicata come uno dei tratti comuni della gamma.
Ma deve necessariamente manifestarsi allo stesso modo in ogni etichetta?
Nel Pas Dosé non coincide con la leggerezza.
Il vino pretende tempo e mostra un peso gustativo che può dividere.
È proprio questa resistenza, però, a renderlo più interessante all’interno del racconto.
Una gamma costruita bene non dovrebbe produrre vini tutti ugualmente facili.
Dovrebbe consentire a ciascuno di avere una funzione.
Il Blanc de Noirs è stato, per noi, il punto di equilibrio più convincente della serata.
Amiamo la struttura che il Pinot Nero sa trasferire alle bollicine.
Qui l’abbiamo ritrovata pienamente.
Il vino era completo, bilanciato e fortemente gastronomico.
Ha accompagnato il risotto ai crostacei con spuma al limone senza rinunciare alla propria identità.
La struttura non diventava pesantezza.
La freschezza non si riduceva a una scorciatoia per rendere il sorso più semplice.
Era un vino capace di restare al centro della tavola senza chiedere continuamente attenzione.
Non è una qualità da poco.
Un buon abbinamento non dovrebbe costringerci a scegliere se ricordare il piatto oppure il calice.
Con la Riserva Graal il percorso ha raggiunto la sua espressione più compiuta.
Il vino appariva equilibrato, profondo e perfettamente consapevole dei propri mezzi.
Non aveva bisogno di alzare la voce.
Dopo alcune etichette più immediate e altre maggiormente esigenti, la Riserva ricomponeva il discorso.
Rupe Re Vendemmia Tardiva ha infine accompagnato la piccola pasticceria, cambiando completamente ritmo e registro.

Il valore dell’Altemasi Week, tuttavia, non si esaurisce nella sequenza degli assaggi.
L’operazione più interessante consiste nel portare il marchio fuori dalle sole occasioni professionali.
Le masterclass restano necessarie.
Le cene stampa garantiscono racconto e approfondimento.
Gli appuntamenti con i creator parlano a un pubblico differente.
Ma è davanti al cliente che il progetto smette di essere una presentazione e diventa una verifica.
A Napoli questa verifica passa inevitabilmente attraverso la convivialità.
Non basta spiegare l’altitudine dei vigneti o la durata della permanenza sui lieviti.
Bisogna dimostrare che quei vini sappiano stare con il cibo e dentro una serata reale.
Il formato diffuso ha permesso di incontrarli in contesti diversi, dall’aperitivo alla cena articolata.
Questa elasticità evita che il Trentodoc venga percepito soltanto come vino celebrativo.
La bottiglia importante per il brindisi importante rischia spesso di trascorrere più tempo in attesa che nel bicchiere.
Portarla al calice e a tavola significa restituirle una quotidianità possibile.
Non tutte le etichette assaggiate possedevano la medesima immediatezza.
E, a nostro giudizio, non dovevano averla.
Millesimato accoglie.
Rosé seduce.
Pas Dosé chiede attenzione.
Blanc de Noirs trova nella tavola la propria dimensione più completa.
Riserva Graal raccoglie il percorso e gli dà profondità.
Alla fine, Altemasi Week non ci è sembrata soltanto una settimana promozionale.
È stata una prova di traduzione.
Un vino nato in montagna ha cercato parole comprensibili a una città che mangia, beve e accoglie secondo regole proprie.
Napoli non gli ha chiesto di rinunciare all’eleganza.
Gli ha semplicemente ricordato che, da queste parti, anche l’eleganza deve sapersi sedere a tavola.


