Ristorante Terrazza Bosquet 

Ristorante Terrazza Bosquet
Una stella Michelin
Chef: Antonino Montefusco
Cena del 4 Luglio 2026
Arrivati al Grand Hotel Excelsior Vittoria, il viale d’accesso ombreggiato da ulivi, aranci, limoni e l’ingresso in stile Liberty non prepara del tutto a quello che si trova oltre, una terrazza a picco sulla scogliera, cinquanta metri sopra il mare, con il Golfo di Napoli che si apre intero davanti agli occhi e il Vesuvio a chiudere l’orizzonte.
Si può anche arrivare dall’acqua e salire con un ascensore privato che sale dal porticciolo di Marina Piccola, risalendo direttamente la scogliera fino al giardino dell’hotel.

In entrambi i casi, il primo impatto con il Grand Hotel Excelsior Vittoria è sempre lo stesso.

Un momento che resta impresso, prima ancora di aver varcato la reception.
Fondato nel 1834, l’hotel è oggi guidato dalla sesta generazione della famiglia Fiorentino, che ne custodisce la storia da quasi due secoli senza mai fermarne l’evoluzione.
Nel corso del tempo ha ospitato la Granduchessa Caterina di Russia, il Principe di Galles, l’Imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sissi, la regina Vittoria di Svezia, la principessa Margaret d’Inghilterra, e figure della cultura come Richard Wagner, che qui completò il Parsifal nel 1876, e Oscar Wilde.
Più avanti sarebbero arrivati anche i volti del cinema e della musica internazionale, Sofia Loren, che vi girò “Qualcosa di biondo”, Jack Lemmon, Pierce Brosnan, Luciano Pavarotti, Barbra Streisand.

Ma sono due, tra tutti, i nomi rimasti indissolubilmente legati all’immaginario dell’hotel.

Il tenore Enrico Caruso, che nel 1921 trascorse qui un lungo periodo, alloggiando nella suite che oggi porta il suo nome e ne conserva ancora lo stile originario e Lucio Dalla, che vi arrivò per caso nel 1986 dopo un guasto alla propria imbarcazione tra Capri e Sorrento, fu ospitato proprio nella suite Caruso, e lì, guardando la stessa vista che aveva ispirato il tenore decenni prima, scrisse in pochi minuti “Caruso”, una delle canzoni più conosciute della musica italiana nel mondo.

Quella stanza, oggi dedicata a lui, è diventata parte del mito dell’hotel quanto la terrazza stessa.

L’hotel conta ottantuno camere, ciascuna diversa dall’altra, con soffitti affrescati, maioliche artigianali di Vietri, mobili d’epoca e bagni in marmo, un lusso mai uniforme, costruito stanza per stanza nel corso dei decenni piuttosto che imposto con un unico progetto d’arredo.
Tra i giardini mediterranei, la piscina con solarium e la boutique spa, l’offerta gastronomica si articola in più spazi, la Terrazza Vittoria per il pranzo, l’Orangerie tra gli aranceti per un registro più informale ma il cuore gourmet della casa è, da oltre un decennio, la Terrazza Bosquet.

Il nome del ristorante è un omaggio a Thierry Bosquet, lo scenografo belga che negli anni ne disegnò gli interni originari e alcuni ambienti dell’hotel.

La stella Michelin, arrivata per la prima volta nel 2013, è stata riconfermata ininterrottamente da allora, undici anni consecutivi al momento dell’ultima conferma, un dato raro per un ristorante d’albergo, che testimonia quanto la cucina qui non sia mai stata un servizio accessorio al lusso della struttura, ma un progetto autonomo e coerente nel tempo.
La ristrutturazione del 2011 ha arricchito la sala interna con marmi pregiati e boiserie in legno.
Oltre a un programma di mostre d’arte contemporanea che si rinnova periodicamente, trasformando ogni cena in un’esperienza che attraversa più linguaggi.

Ma è la terrazza esterna, quando il tempo lo permette, a restare il vero cuore del ristorante.

Tavoli disposti proprio sul bordo della scogliera, con il Golfo di Napoli che di sera si accende delle luci di Napoli e di Capri, e il profilo scuro del Vesuvio che resta lì, immobile, per tutta la cena.
È uno di quei panorami che non hanno bisogno di essere raccontati, perché nessuna descrizione riesce mai a restituirli davvero, bisogna solo sedersi e lasciare che il paesaggio faccia il proprio lavoro, portata dopo portata, deliziati dalla cucina di Antonino Montefusco.

Antonino Montefusco nasce a Sorrento nel 1983 e inizia a lavorare giovanissimo.

A quattordici anni fa il lavapiatti nel ristorante dello zio, la prima porta d’accesso a un mondo che non lascerà più.
Dopo gli studi all’istituto alberghiero, arriva nel 2004, appena ventenne, il primo contatto con il Grand Hotel Excelsior Vittoria come stagionale, un’esperienza breve, che però pianta un seme destinato a germogliare anni dopo.
Da lì comincia un percorso di formazione internazionale che lo porta ad attraversare alcune delle cucine più importanti d’Europa: prima in Svizzera, a Crans-Montana e poi al Domaine de Châteauvieux di Satigny, sotto la guida dello chef Philippe Chevrier; poi a Roma, alla Pergola di Heinz Beck, proprio nella stagione 2005-2006 in cui il ristorante conquista la terza stella Michelin, un anno che Montefusco ricorda come decisivo per la propria formazione.
Seguono l’Hotel de Russie con lo chef Nazareno Menghini, il Rossellinis di Pino Lavarra nell’allora Palazzo Sasso di Ravello, e infine il Quattro Passi di Nerano.
Nel 2009 torna all’Excelsior Vittoria, questa volta come sous chef della Terrazza Bosquet, dove rimane fino al 2015; nel 2016 diventa executive chef, chiudendo il cerchio aperto dodici anni prima da stagionale ventenne.
Nella sua cucina troviamo un linguaggio contemporaneo, tecnicamente misurato, che parte sempre dalla memoria gastronomica campana, la Caprese con mozzarella e il pomodoro di Sorrento, il pescato locale accostato agli agrumi del giardino dell’hotel per poi allontanarsene quel tanto che basta a renderla un piatto nuovo, mai una semplice citazione.
Gli ingredienti arrivano in gran parte dall’orto dell’hotel e da piccoli produttori della penisola sorrentina: gli agrumi, l’olio, le verdure di stagione, tutto ciò che permette alla cucina di restare ancorata a un territorio preciso invece di rincorrere un’idea più generica di lusso mediterraneo.

Ad accompagnare la cucina di Montefusco è il lavoro di Natale Sicignano.

Head sommelier della Terrazza Bosquet da diversi anni e veterano del servizio di sala dell’hotel, una di quelle persone che in sala fanno la differenza e innalzano il livello dell’esperienza in questa tipologia di ristoranti.
La sua cantina è custodita in un ambiente straordinario quanto la terrazza stessa: un’antica grotta di tufo di epoca romana, che ospita oltre mille etichette provenienti da tutto il mondo.
La selezione riflette una doppia identità: da un lato un’attenzione particolare al territorio campano e ai suoi piccoli produttori, dall’altro un respiro internazionale che guarda con predilezione al Piemonte di Barolo e Barbaresco, una passione che Sicignano non nasconde e alla Toscana dei grandi rossi.
Sicignano si muove tra i tavoli con la misura di chi conosce la propria carta a memoria e sa quando intervenire e quando lasciare che sia il piatto a parlare da solo.
Gli abbinamenti che propone non cercano mai la scelta scontata, sono costruiti sul dialogo preciso tra la sapidità e la freschezza della cucina di Montefusco e la profondità delle etichette che sceglie di volta in volta, calice dopo calice, con quella naturalezza che si ottiene solo dopo anni passati nella stessa sala.

Ci sediamo al tavolo all’estremità sinistra della terrazza, forse uno dei più bei tavoli per iniziare il menù “Visione” di Antonino.

E partiamo con uno Champagne Brut Réserve di Bérèche et Fils ad accompagnare la corposa serie di canapè di benvenuto dello Chef.
Abbiamo dei buñuelos con guacamole e uova di salmone, delle chips di gamberetti di Crapolla con salsa al cocktail di gamberi
Su dei cubi tre insalate in miniatura ossia  un cestino di rucola, pomodoro e parmigiano, la nizzarda con uova e tonno e una caesar salad.
E poi ancora una panzanella in chiave moderna con un waffel con pomodori confit, cetrioli e cipolla.
Ed infine in un petalo di rosa un cremoso allo sgombro ricoperto con un velo di lampone e acqua di rosa.

Tutto bellissimo e nello sfondo il golfo di Napoli. E arriva il pane.

Continuano con una crocchettina di mozzarella con una caponata di melanzana, olive e capperi, salsa di olive verdi e nel mezzo una chips di basilico.
Divertente l’interpretazione di Chef Montefusco della bruschetta al pomodoro, abbiamo pane tostato con una sferificazione di pomodori di Sorrento e olio d’oliva.
Con un Moulin Touchais Coteaux du Layon AOC del 2006 abbiamo la capasanta con salsa alle arance e un burro alle noci di Sorrento, in una conchiglietta commestibile abbiamo anche una tartare di capasanta con polpa di arancia.

È il momento di uno splendido piatto “Ninfee” con cui Antonino omaggia Claude Monet .

Qui il fiore è realizzato con fagiolini di Controne sbollentati con una tartare di ventresca di tonno rosso, chips di cipolla, cipolla marinata e riduzione di cipolla.
In abbinamento il Fontanasanta Manzoni Bianco, 2024 di Foradori.
Natale per la successiva portata propone un Sake Akashi Tai Junmai Daiginjio Genshu.
Piacevole abbinamento con la tartare di fassona con ricci di mare e salsa alla pizzaiola in un side abbiamo un sorbetto alla pizzaiola e ricci di mare.

Iniziamo i primi con il meraviglioso risotto alle melanzane a “Scarpone” che avevo avuto modo di assaggiare, assolutamente fantastico!

In abbinamento il Cerasuolo D’Abruzzo, Fosso Cancelli di Ciavolich, 2023.
Passiamo ad uno spaghettone alla Nerano, dove lo spaghetto è realizzato senza farina ma con un centrifugato di zucchine con un Friulano, annata 2019 prodotta dalla cantina Cav. Luigino Balozio.
Natale ci presenta Le Miniere di Novare 2023 di Bertani.
In abbinamento ai tubettoni con scarola “mbuttunata alla napoletana”, mantecati con burro di pinoli, alici e pecorino, salsa di scarola, capperi e olive.
Un ottimo Fiano di Avellino Vigna Campo Aperto 2022 di Joaquin introduce un buonissimo astice bretone in carrozza.
In questo piatto tutte le parti dell’astice vengono utilizzate, abbiamo astice con pane croccante, riduzione di astice e una salsa alla mozzarella.
chips realizzate con le chele dell’astice
In un supporto delle chips realizzate con le chele dell’astice e all’interno una salsa al basilico, dei gnocchetti di astice con una spuma di mozzarella
Passiamo ad un rosso con il Maurizio Zanella Sebino, 1998 di Ca’ del Bosco e il lombo di agnello con la sua riduzione, crema di peperoni, cannellone farcito con agnello, olive e capperi.

I dolci

Interessante il predessert, un sorbetto allo shiso con cioccolato bianco, mela verde, erbe e sedano.
sorbetto allo shiso con cioccolato bianco, mela verde, erbe e sedano
Concludiamo con un buonissimo Soufflé di ricotta e pera, una Malvasia delle Lipari, 2023 di Hauner e una bellissima piccola pasticceria.
Ormai sono undici anni che Terrazza Bosquet tiene la stella Michelin, undici anni di stella Michelin ininterrotta non sono un caso, sono il risultato di una cucina che si reinventa ogni stagione senza mai tradire la propria storia.
Antonino Montefusco ha impiegato dodici anni e mezza Europa di cucine stellate per tornare al punto esatto da cui era partito e quel ritorno si sente in ogni piatto, c’è la disciplina acquisita altrove, ma anche la sicurezza di chi cucina la propria terra conoscendola dall’infanzia, non da turista gastronomico.
Accanto a lui, il lavoro silenzioso di Natale Sicignano completa un’esperienza che non è semplicemente cibo: è la luce del tramonto sul Golfo che cambia colore portata dopo portata, è il Vesuvio che resta lì a fare da quinta scenica per tutta la sera, è la sensazione, rara, in un ristorante di questo livello, di essere accolti in una casa che ha quasi due secoli di storia e continua, ogni sera, a raccontarla senza mai sembrare stanca di farlo.
Un esperienza che non mi stancherò mai di ripetere.
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Ingegnere pugliese, nato a Foggia nel 1971, con oltre vent’anni di esperienza nel settore Qualità, maturata tra automotive e aerospazio, oggi responsabile del collaudo di linea per diversi programmi aeronautici nello stabilimento Leonardo Aeronautica di Foggia. Insomma, la precisione fa parte del mio DNA… ma accanto alla mia anima tecnica, pulsa fortissima una passione creativa che non ha mai smesso di cercare bellezza. Amo l’arte, il design, la moda, la musica, la pittura ma soprattutto, da anni coltivo un amore profondo e insaziabile per l’enogastronomia. Mi piace raccontarla come la vivo: con curiosità, entusiasmo e meraviglia, andando alla scoperta di territori, tavole, persone e storie che sanno emozionare. Giro l’Italia e l’Europa con la forchetta in una mano e la penna (o lo smartphone) nell’altra, convinto che dietro ogni piatto ben fatto si nasconda un mondo da scoprire. Scrivere di cibo, vino e luoghi è per me un modo per condividere esperienze con amici, colleghi e chiunque ne abbia interesse, esperienze che, oltre a deliziare il palato, arricchiscono l’animo umano. Perché, alla fine, il buono e il bello camminano spesso insieme. E io cerco di seguirli, con fame di vita e occhi sempre pronti a stupirsi.
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