Champagne, pizza e DJ set: al Falstaff Sparkling Party di Napoli il vino si prende meno sul serio. Per fortuna

Champagne, pizza e DJ set: al Falstaff Sparkling Party di Napoli il vino si prende meno sul serio. Per fortuna

C’erano Champagne, metodi classici italiani, pizza a portafoglio e un DJ set.

C’era anche una rappresentazione della spumantistica nazionale che, osservata da Napoli, continuava a guardare decisamente verso Nord.

Il Sud entrava molto più facilmente nel piatto che nel calice.

La Campania offriva la pizza di Salvatore Salvo, i sapori di Cetara, le conserve cilentane e soprattutto il pubblico.

Gran parte del vino arrivava invece da Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia.

Le presenze meridionali non mancavano completamente, ma rimanevano minoritarie.

Nonostante questo squilibrio, nessuno chiedeva di abbassare la voce.

 

Al Falstaff Sparkling Party la degustazione ha smesso, almeno per una sera, di assomigliare a una funzione religiosa.

Il vino non sembrava soffrirne.

Anzi, tra abiti brillanti, musica e calici condivisi, pareva felice di incontrare persone intenzionate anche a divertirsi.

Lo scorso 6 ottobre il Chiostro San Francesco, al Vomero, ha ospitato la prima edizione napoletana dell’evento organizzato da Falstaff Italia.

Oltre trecento partecipanti hanno incontrato quasi quaranta cantine e più di centoventi etichette.

Numeri già raccontati nell’anteprima pubblicata da Di Testa e di Gola.

Tornarci sopra avrebbe poco senso, se non fosse per un aspetto emerso con particolare evidenza dopo aver partecipato alla manifestazione.

Il protagonista non era soltanto il vino.

Era il modo scelto per avvicinarlo al pubblico.

Il taglio festoso appariva evidente fin dal dress code, naturalmente “sparkling”.

Un invito ad aggiungere qualcosa di luminoso all’abbigliamento e, possibilmente, a lasciare a casa un po’ di seriosità.

Le arcate del chiostro e le luci della sera costruivano uno scenario elegante senza risultare ingessato.

Ai banchi si degustava, si parlava con i produttori e ci si spostava liberamente.

A un certo punto la musica ha alzato il volume e il calice ha smesso di essere soltanto uno strumento tecnico.

È tornato a essere ciò che dovrebbe essere più spesso: un oggetto di socialità.

Nel mondo del vino questa non è sempre una conclusione scontata.

Abbiamo imparato a osservare il colore, ruotare il bicchiere e cercare profumi con espressioni terribilmente concentrate.

Talvolta dimentichiamo che qualcuno quel vino dovrebbe anche avere voglia di berlo.

In certe degustazioni persino chiedere un bicchiere d’acqua sembra capace di interrompere il raccoglimento generale.

A Napoli, invece, si poteva parlare, mangiare, ridere e persino ballare.

Nessun terroir è risultato ferito.

Falstaff ha costruito un evento glamour, ma il glamour non coincide necessariamente con la superficialità.

Può diventare un linguaggio capace di ridurre le distanze, soprattutto per chi non frequenta abitualmente fiere e banchi professionali.

Il rischio esiste, naturalmente.

Quando l’allestimento, la musica e la fotografia diventano più importanti del vino, la degustazione si trasforma facilmente in scenografia.

Al Chiostro San Francesco questo confine è stato avvicinato, ma non superato.

Dietro il party c’era sostanza.

Tre masterclass, tutte esaurite, erano dedicate all’Alta Langa, a Champagne Boizel e a Ca’ del Bosco.

Non è casuale che anche gli approfondimenti guardassero soprattutto verso Piemonte, Champagne e Franciacorta.

La solidità tecnica del programma coincideva con la stessa geografia dominante ai banchi.

Abbiamo partecipato alla masterclass dedicata al futuro dell’Alta Langa DOCG.

Gli otto vini proposti non ci hanno convinti allo stesso modo.

Del resto, partecipare a una degustazione non comporta l’obbligo di innamorarsi dell’intera denominazione.

L’interesse dell’incontro risiedeva soprattutto nel racconto di un territorio che sta costruendo la propria riconoscibilità attraverso regole, altitudine e tempi lunghi.

Tra le bottiglie figurava la Riserva Pas Dosé Zero 140 del 2013 di Enrico Serafino.

Il nome richiama i 140 mesi trascorsi sui lieviti.

Quasi dodici anni di attesa difficilmente possono essere liquidati come semplice decorazione del party.

 

Il programma proseguiva con la masterclass dedicata a Champagne Boizel.

Le cuvée in Magnum attraversavano vendemmie comprese tra il 2018 e il 1989.

Un percorso costruito intorno a longevità, continuità stilistica e trasformazioni climatiche della Champagne.

Ca’ del Bosco chiudeva gli approfondimenti con un confronto tra conoscenza delle parcelle, tecnologia, selezione delle uve e lavoro umano.

La parte tecnica, dunque, non mancava.

Semplicemente, non pretendeva di occupare da sola l’intera scena.

Proprio questa capacità di tenere insieme contenuto e intrattenimento rendeva ancora più evidente l’assenza di un approfondimento dedicato al Mezzogiorno.

Non sarebbe stato necessario sottrarre spazio alle denominazioni storiche.

Sarebbe bastato affiancare al loro racconto una domanda sulle nuove identità spumantistiche meridionali.

Intanto, il Sud recuperava spazio attraverso la gastronomia.

Salvatore Salvo preparava la Margherita a portafoglio, piegata e mangiata camminando.

Armatore portava i sapori di Cetara, mentre Casa Iuorio proponeva conserve ispirate alla cucina campana.

Accanto alle bollicine comparivano anche i panettoni di Flamigni e i grissini dei Bibanesi.

Non un abbinamento costruito con la rigidità di un esercizio didattico.

Piuttosto, una tavola mobile e informale, nella quale il vino incontrava sapidità, grasso, lievitati e convivialità.

La gastronomia locale non rappresentava soltanto un accompagnamento.

Era la parte dell’evento nella quale il territorio ospitante diventava immediatamente riconoscibile.

Nel calice, invece, Napoli rimaneva soprattutto il luogo dell’accoglienza e del consumo.

Una differenza che merita attenzione.

Napoli ha messo lo spazio, la cucina, il pubblico e una parte decisiva dell’energia.

Il Nord ha portato gran parte del vino.

Non è una questione di quote regionali da rispettare.

È piuttosto l’occasione per domandarsi quanta parte della spumantistica meridionale resti ancora poco conosciuta, selezionata o raccontata.

Dal Vesuvio all’Etna, passando per Irpinia, Cilento e altre zone d’altitudine, il materiale non manca.

Manca spesso una narrazione capace di inserirlo con continuità accanto alle denominazioni più consolidate.

La seconda edizione napoletana, già annunciata per il 2027, potrebbe partire proprio da questa possibilità.

Non ridurre lo spazio dei territori storici, ma allargare realmente la carta geografica.

Per il resto, la formula funziona.

Funziona perché non chiede al pubblico di scegliere tra competenza e divertimento.

Perché le masterclass offrono approfondimento, mentre il party restituisce al vino la sua dimensione sociale.

Soprattutto, funziona, perché ricorda una verità elementare.

Il vino può essere complesso senza diventare complicato.

Può parlare di disciplinari, affinamenti e cambiamento climatico senza assumere il tono di chi sta comunicando una diagnosi.

Anche concedersi un abito luminoso, una pizza piegata in quattro e qualche passo di danza.

L’importante è che, quando la musica finisce, nel bicchiere rimanga qualcosa da raccontare.

La prossima volta speriamo che quel racconto abbia anche un accento un po’ più meridionale.

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Sono Adele Munaretto, ma nel mondo del vino e della comunicazione sono IronicSommelier. Ho scelto questo nome perché racconta la mia idea di scrittura: competente e rigorosa, ma anche diretta, ironica e libera da inutili formalismi. Credo in una critica sincera e argomentata, capace di raccontare ciò che c’è nel piatto e nel calice senza dimenticare le persone, i territori e le storie che li hanno generati. Sono sommelier e degustatrice, con una formazione iniziata alla scuola AIS e proseguita con il percorso internazionale WSET fino al Level 3. Ho approfondito la comunicazione e il giornalismo enogastronomico alla LUISS Business School e all’Accademia Treccani, affiancando allo studio del vino competenze nell’analisi sensoriale di formaggi, salumi, olio e caffè. Collaboro con diverse testate di settore, partecipo come giudice sensoriale a guide e selezioni enologiche e mi occupo di consulenza, formazione, corsi, degustazioni e creazione di carte dei vini. Scrivo per condividere scoperte, ma anche per porre domande: dietro ogni piatto e ogni calice cerco autenticità, identità e sostanza. Il tutto, naturalmente, con l’ironia che mi contraddistingue.
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