Il giro del mondo in “barra”. Seconda tappa: il Daiquiri

Ero fatto così, proprio così, e non c’era nessuno che avrebbe potuto cambiarmi, poiché il tempo passava e io diventavo vecchio, e i giornali passavano e si convertivano in date e gli anni si convertivano in efemeridi, e io tiravo avanti così, standomene lì con le mie nottate, mettendole in un bicchiere con un po’ di ghiaccio, o in un negativo o in un ricordo.

Guillermo Cabrera Infante, Tre Tristi Tigri

È il 1957 o giù di lì. Lo scrittore americano, più giovane di quanto non dimostri, se ne sta seduto davanti al bancone da un bel po’ ormai. Tra un viaggio e l’altro, un safari e un reportage, un libro e una polemica (non c’è cosa che Bill abbia detto da quando tenne quella stramaledetta lezione che lui non fraintenda) fa base a Cuba da quasi vent’anni. Al posto dell’uniforme che indossava da ragazzo scorrazzando in Europa alla guida di un sidecar insieme a Estlin, una camicia leggera, a fiori, e un paio di pantaloni di lino dall’orlo consunto. In un angolo del locale, accordi caraibici e accenti creoli, ma la sua mente è abitata dalle note di un pezzo di Jay “Hootie” McShann che suona di mormorii e bicchieri e risate trattenute. È sveglio dall’alba, lo scrittore, e ormai è quasi sera. E pensa. Pensa alla Spagna. Alla Francia. A quell’incredibile festa mobile. Ma Parigi è un secolo fa, ormai, e anche l’isola di José Martí non è più la stessa. Grattacieli sul lungomare, autostrade che tagliano in due le piantagioni e la strana sensazione che, presto, le cose, in un modo o nell’altro, cambieranno per sempre. Per fortuna, davanti a lui c’è la pozione magica, l’eredità che il babalawo catalano ha lasciato da qualche stagione ai suoi allievi: un tesoro di rum bianco, succo di lime e zucchero. Ma anche liquore al maraschino, ghiaccio e blender. Cinque ricette più una “special” tutto per lui. Quanto basta a scacciare, almeno per un po’, quel branco di fantasmi cupi e continuare a sentire la brezza che si alza dai frangiflutti del Malecón. Una brezza aspra, salina e dolciastra. Una brezza che viene da lontano, dal sud dell’’isola. Da un piccolo villaggio poco sotto Santiago: Daiquiri.

Oak Park, Illinois, USA. Dieci miglia da Chicago. È qui che lo scrittore nasce, all’alba del nuovo secolo, nell’estate del 1899. Un anno prima, il 22 giugno del 1898, diciassettemila suoi connazionali sbarcano sulla costa meridionale di Cuba. Dalla spiaggia fin dove si posano gli occhi, è tutta proprietà di un’acciaieria di New York che in questi mesi di guerra (da aprile, Spagna e Stati Uniti se le danno di santa ragione per il predominio nei Caraibi) è rimasta neutrale. Le miniere di Daiquiri danno da mangiare a tutti: per gli spagnoli sono tasse, per gli statunitensi profitti.  Alla guida della Quinta Armata dell’esercito americano, William Rufus Shafter, un omaccione più largo che lungo, dai folti baffi e dalla vistosa scriminatura. A sessantatré anni, il veterano della Guerra Civile pesa più di 150 chili e è afflitto dalla gotta. I suoi soldati devono sbarcarlo di peso su una lettiga ricavata da una porta. “Pecos Bill”, lo chiamano gli amici, come l’eroe della saga popolare di Edward Sinnot O’Reilly (per i suoi, di amici, “Tex”). Ad accoglierlo, le truppe del generale Calixto Garcia Íñiguez, una vera e propria leggenda sull’isola: tra una cosa e l’altra si batte per l’indipendenza cubana da oltre quarant’anni. Sul fronte opposto, lontane, le forze spagnole. In mezzo, il deus ex machina della nostra storia: Jennings Stockton Cox. General Manager della Spanish-American Iron Company e membro dell’istituto americano degli ingegneri minnerari, Cox vive a Altagracia con la famiglia e un nutrito stuolo di servitù cinese. Le sue virtù sono la capacità di mediazione e la pazienza; la stessa che alimenta la sua passione di botanico dilettante. Quando non è occupato tra cave, minatori e generali passa ore tra le sue piante. In silenzio. Anni dopo la sua morte, una varietà di rubiacee porterà il suo nome: Guettarda Coxiana. Ma non sarà questo onore a consegnarlo agli annali, no. Il merito è di un collega ingegnere, già corrispondente dell’Harper’s Monthly e comandante dell’esercito di liberazione cubano: F.D. Pagliuchi. Quando il giornale “El Pais” pubblica il necrologio per la morte del leggendario barman Emilio “Margato” González, riconoscendogli la paternità del Daiquiri, Pagliuchi, che nel frattempo stava licenziando la guida dei baristi cubani col titolo de El Arte del Cantinero, non fa tardare la smentita: “Caro Direttore”, scrive in una lettera aperta, “[…] mi permetta di chiarire che il delizioso cocktail conosciuto come Daiquiri non fu inventato all’Avana, ma, appunto, nelle miniere di Daiquiri, dal loro direttore, e mio amico, l’ingegner Cox”. Nel seguito della lettera di rettifica, Pagliuchi racconta come, al termine della guerra del 1898 ottenne i fondi necessari per far ripartire le cave di rame vicino Santiago: fu così che, un afoso pomeriggio d’estate, incontrò Cox, al quale chiese qualcosa da bere. Sfortunatamente, sulla credenza della sala da pranzo non c’erano né gin né vermouth, ma solo rum, limoni, zucchero e ghiaccio: la base per un “cocktail molto ben agitato e freddo”. Quando gli chiesi come si chiamasse”, prosegue Pagliuchi, “lui rispose, pensandoci un po’ su: rum sour”; al che Pagliuchi propose di chiamare questo Whisky Sour al rum con il nome della cittadina dove si trovavano, ovvero Daiquiri. Da quel momento, la nuova miscela divenne un must in casa Cox. Un benvenuto tipico per tutti i suoi ospiti.

Pure, stando allo storico della miscelazione caraibica Jeff Berry, la pozione che Cox servì  a Pagliuchi non era frutto di improvvisazione, ma risaliva a un altro pomeriggio e almeno a due anni prima, quando, ricevendo degli amici americani in visita a Altagracia e temendo che per loro il rum che i suoi impiegati gli portavano ogni mese dalla vicina distilleria Bacardi risultasse troppo rustico, il capo delle miniere di Daiquiri ne versò una generosa quantità in una brocca colma di giaccio tritato, aggiunse qualche cucchiaio di zucchero, il succo dei lime del suo giardino, un po’ d’acqua minerale, diede una bella mescolata e… voilà, il Pitcher (ovvero, brocca) di casa Cox era servito. Stando alle cronache, la ricetta era per sei persone che, fatte le debite proporzioni, significava, a testa:

  • 60 ml di rum Bacardi bianco
  • 22 ml di succo fresco di lime
  • 22 ml di acqua minerale
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna
  • Ghiaccio tritato

Quasi un… Lo sapete, dai… Quasi un mojito senza menta. Come, da qui, si sia arrivati alla coppetta ghiacciata di Daiquiri è difficile stabilire con certezza. Quello che non è contestabile è che da Santiago all’Avana il passo fu breve. E ancor più breve dall’Avana al resto del mondo. Insomma, il solito piccolo passo per un uomo ma enorme per l’umanità. Un passo che però, come capita spesso, aveva alle spalle una buona incorsa. Anzi, almeno due: la prima risale ai marinai inglesi della seconda metà del Seicento che, per dissetarsi al caldo del Golfo, adattarono una vecchia ricetta di casa – il punch – a quello che trovarono. Stando ai vecchi dizionari frano-ispanici nacque in questo modo il ponche, ovvero una miscela di aguardiente de caña (rum, insomma), lime, acqua e zucchero. Col tempo, la bevanda divenne popolare e prese il nome di Chanchánchara (con melassa al posto dello zucchero); veniva preparata in tini, o otri, e poi imbottigliata (un pre-batched ante litteram perché, diciamocelo, con questa storia delle miscele pronte da bere non ci siamo inventati niente). Ingredienti alla mano, la Chanchánchara è la Ur-ricetta del Trinity (rum + lime + zucchero).

La seconda rincorsa, stando alla biografia dell’ingegner Cox, è più breve e muove da New York, dove un giovane Jennings, fresco di laurea alla Columbia University e con i primi soldi in tasca, cominciò a frequentare tutti i bar più cool di Midtown: quelli dove il solito Jerry Thomas aveva già lasciato la sua impronta grazie alla pubblicazione del Bon Vivant’s Companion (1862). Non è da escludere, anzi, che lo stesso Cox possedesse una copia del magico ricettario del “professore”, e che, al momento di preparare il suo ancora anonimo Pitcher, abbia rispolverato proprio da quelle pagine il “Santa Cruz Sour”:

  • 60 ml Santa Cruz rum
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • Il succo di ¼ di limone
  • 30 ml di acqua
  • Ghiaccio tritato

A questa ricetta primigenia, infatti, Cox sostituì il limone con il lime cubano e zucchero grezzo invece che semolato. Ma, mi direte, il Daiquiri non nasce con lo zucchero bianco? Sempre fidandoci (perché non dovremmo?) di Jeff Berry, lo “sugar-affaire” fu svelato nel 1956 al giornalista Gerry Swinehart da un caro amico di Cox: Josh Linthicum. Quando Swinehart raccolse le parole di Linthicum, che ricordava l’uso dello zucchero grezzo da parte di Jennings, ne rimase scioccato, racconta Berry. Perché? Ma perché venticinque anni prima lo stesso Swinehart era stato incaricato dal governo cubano – a mezzo di un arrembante produttore di rum – di promuovere il turismo sull’isola e una delle prime cose che fece, conoscendo i suoi polli, fu esportare il Daiquiri dai bar dell’Avana agli speakeasy di Washington e Manhattan, raccomandando ai bartender di usare lo zucchero semolato. In altre parole, gli ingredienti del Daiquiri come li conosciamo oggi nascono da un errore (sì, proprio come il Negroni… sbagliato).  

Ma torniamo indietro (ci siete?). Il Daiquiri ancora non si chiama così e viene preparato in una caraffa. Per ora è solo il “Pitcher di Cox”, il quale va spesso a da Altagracia alla vicina Santiago, dove è un habitué al bancone dell’Hotel Venus e a quello del San Carlos Club. Qui, come nei migliori sogni di qualsiasi cliente fisso di un bar, il suo beverone, shakerato e servito in un bicchiere con ghiaccio tritato, diventa presto un vero e proprio cocktail della casa: il Rum alla maniera di Daiquiri:

  • 60 ml di rum bianco cubano
  • 22 ml di succo di lime fresco
  • 20 ml di acqua minerale
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna grezzo
  • Ghiaccio tritato

Cox, però, non è il solo avventore abituale al Venus e al San Carlos. Tra gli altri, Don Facundo Jr, figlio di uno spagnolo che vent’anni prima, insieme al franco-cubano José León Butellier, ha cercato di nobilitare l’aguardiente cubana con lieviti da cognac, filtraggio vegetale e invecchiamento in botti di quercia bianca. Il mastro miscelatore della Compagnia Bacardi – così si chiama la ditta di famiglia – intuisce subito le potenzialità del Ron A La Daiquiri. Quale modo migliore per pubblicizzare il proprio rum che legarlo a un drink di successo? Intanto, la voce e il rum si spargono fino all’Avana, dove i gusti – e i trucchi – sono un po’ più raffinati. È qui, infatti – e a parziale discolpa di Swinehart – che lo zucchero bianco prende il posto di quello grezzo. Perché? Ma perché si scioglie meglio durante la shakerata e dona al cocktail, ora servito in una coppetta ghiacciata, un colore più elegante, con riflessi verde opalescente che, secondo Berry, ricordano l’acqua della spiaggia di Varadero…

Sulla paternità del Daiquiri come lo conosciamo oggi, tuttavia, resta ancora un po’ di mistero. E del sano campanilismo. E sì, perché se le fonti cubane attribuiscono il risultato finale alle mani del cantinero dell’Hotel Plaza – quell’ Emilio “Margato” González che abbiamo già incontrato – quelle americane riconoscono il padre del Daiquiri in Eddie Woelke, barman al Sevilla-Biltimore. Come che stiano le cose, questa è la ricetta che Bacardi consegnò a Swinehart perché promuovesse il Daiquiri – e ovviamente il suo rum – tra gli yankee:

  • 60 ml di rum cubano bianco
  • 22 ml di succo di lime fresco
  • 1 cucchiaino di zucchero bianco

Una promozione che ebbe così successo che il Daiquiri, arrivato la prima volta negli Stati Uniti intorno al 1910 sui tavoli del Navy Club di Washington finì per diventare, nel giro di qualche decennio, uno dei cocktail più popolari negli States nonché il drink preferito di John Fitzgerald Kennedy (già, proprio il presidente della “Baia dei Porci” e dell’ “Operazione Mangusta”, nella quale terroristi di diversa estrazione effettuarono, in quattordici mesi, 5780 attentati e 716 sabotaggi a infrastrutture economiche cubane per indebolire il governo locale)…

Così ricostruitane la genesi, testi alla mano, per il bartender e scrittore Jim Meehan, la prima ricorrenza bibliografica del Daiquiri data 1914 e si trova tra le pagine di “Drinks”, di Jacques Straub:

  • 2/3 succo di lime fresco
  • 1/3 di jigger di rum
  • 1 barspoon di zucchero semolato

Una ricetta, ha ragione lo storico Davic Woondrich, obiettivamente poco chiara, tanto che l’autore di “Imbibe” preferisce rifarsi, piuttosto, a quella di Hugo Ensslin (“Recipies for Mixed Drinks”, 1916):

  • 60 ml di rum Bacardi
  • 1 cucchiaino di Gum Syrup
  • Il succo di mezzo lime

In realtà, però, stavolta è Woondrich a essere poco chiaro, perché Ensslin chiama questo drink Cuban Cocktail, lo stesso nome che Straub, invece, attribuisce a un’altra ricetta:

  • ½ jigger di succo di lime fresco
  • 1/3 (30 ml) di jigger di gin
  • 1/3 di jigger di brandy
  • ½ jigger di apricot brandy

Sono io a sembrarvi poco chiaro, ora? Può darsi. Dopotutto, questa storia nasce oltre un secolo fa a più di ottomila chilometri da qui, tra bottiglie, bicchieri e banconi. Vi aspettate davvero che sia anche… lucida?

Sempre testi alla mano, se in alcuni ricettari degli anni Venti scopriamo la granatina come dolcificante (il drink che oggi l’IBA chiama Bacardi), già in David Embury (The Fine Art of Mixing drinks, 1948) troviamo il cucchiaino di zucchero sostituito dallo sciroppo di zucchero, “all’uso moderno” (quello con la granatina, dice Embury, per alcuni è il Santiago, ma la sua, di ricetta del Santiago, prevede, invece, il curaçao…)

In un modo o nell’altro, comunque, il Daiquiri, alla fine, ha preso forma. Anzi, forme. Eh già, perché proprio al “Floridita” – che prima si chiamava “La Piña de Plata” -, dove abbiamo lasciato il nostro scrittore all’inizio di questo racconto, Costantino Ribalaigua – “El Rey de los Coteleros” (v. Cuna del Daiquiri, 1939) – ne metterà a punto cinque versioni, aggiungendo ora il succo d’arancia ora quello di pompelmo, ora il maraschino ora il curaçao, ora shakerando ora usando il blender; e, ciliegina sulla torta, elaborando una ricetta tutta per lo scrittore e per il suo… diabete:

  • 60 ml di rum bianco
  • 1 cucchiaino di succo di pompelmo (ma potete abbondare fino a 30 ml)
  • 1 cucchiaino di Maraschino (anche qui potete arrivare a 15 ml ma un cucchiaio, all’incirca 7,5 ml è più che sufficiente per i miei gusti)
  • 15 ml di succo fresco di lime (non oltre perché, avrete notato, non c’è la parte zuccherina a bilanciare l’acido dell’agrume)
  • (Non previsto da Ribalaigua, 1 cucchiaino di sciroppo di zucchero rende questa versione più “rotonda” e contemporanea)

Un perfetto Daiquiri mostra la tecnica e il talento che occorrono per fare qualsiasi drink shakerato. Per questo motivo è il drink da provare per chiunque voglia capire in che bar sia capitato o davanti a quale bartender si sia seduto.

Abrahm Hawkins

Se questa è la storia del Daiquiri come lo conosciamo, vediamo di capire, adesso, perché gli spetti un posto d’onore tra i nostri Big Six. Il primo motivo è quasi pleonastico: la ricetta, nella sua semplicità, è geniale. Punto. Il secondo, perché se cominciamo a considerare ciascun elemento di questa semplice addizione – spirito + acido + dolce – riflettendo sulle sue caratteristiche – quale base alcolica, quale elemento acidificante e quale dolcificante – si aprirà davanti ai nostri occhi – o ai nostri bicchieri – un mondo di possibilità.

Come ormai avrete riconosciuto, la struttura è simile a quella del Sidecar e, tipicamente, quella di un sour (le cui proporzioni, come base di partenza, potremmo registrare così: 60 ml spirito + 30 ml parte agrumata + 20 ml parte zuccherina). Ma come il Sidecar cambia in base al tipo di cognac che si usa, così il Daiquiri assumerà sfumature diverse a seconda che si versi nello shaker un rum bianco (come in origine), uno agricolo o uno invecchiato; un rum di tipo spagnolo (distillato in alambicchi a colonna e fatto a partire dalla melassa), un rum di tipo inglese (anche questo di melassa e simile a quello spagnolo), uno di tipo giamaicano (distillato in alambicchi discontinui: ricco, intenso, pungente, difficilmente utilizzabile da solo in un cocktail, ma più spesso miscelato come “fortificante”) o uno di tipo francese (quello agricolo, ovvero a base non di melassa ma di zucchero di canna). In linea di massima, un rum a base di zucchero di canna esalterà la parte citrica del Daiquiri, che sarà, in così, più croccante e terragno; un rum a base di melassa, invece, darà più complessità e rotondità al cocktail, che avrà perciò un sapore più classico (o standard). Una piccola nota: se vi sentite in vena, provate un Daiquiri con un rum scuro, ma attenti alla porzione di zucchero (mettetene un po’ meno, insomma); se poi, invece, voleste ricreare un Daiquiri in puro spirito cubano anni Trenta aprendo una bottiglia di Bacardi Carta Blanca, non illudetevi di riuscire nell’impresa. Da allora è passato quasi un secolo e la produzione Bacardi non avviene più a Cuba. Il successo del brand, poi, e la distribuzione su scala mondiale hanno fatto il resto, portando a un rum bianco ingentilito e “globalizzato” (per i maligni, quasi una vodka). Pure, secondo Berry, un tentativo per ricreare quell’antico sapore si può fare, tra gli altri, con il Plantation 3 Stars o l’Havana Club 3YO. Ancora una piccolissima nota (sorry): la tradizione del rum francese, o agricolo, nasce, come molte cose in questa storia, un po’ per caso un po’ per necessità: durante le guerre napoleoniche, un embargo inglese rese quasi impossibile l’importazione in Europa dello zucchero di canna che i francesi producevano nei Caraibi. Poiché il mercato locale da solo non era in grado di consumare tanto zucchero quanto ne veniva prodotto, si dovette trovare un modo per riutilizzare quello in eccesso. Perché non sostituirlo alla melassa e farci il rum, pensarono gli intraprendenti coloni francesi? E rum agricolo fu.

Ma – visto che sappiamo tutto sul concetto di twist – che accadrebbe se non volessimo usare il rum? O se volessimo usare un rum che si chiama in un altro modo? Niente di grave. Basta usare la cachaça brasiliana, che di fatto è un rum agricolo distillato una sola volta invece che due e avremo un Daiquiri particolarmente morbido e profumato (a patto, ovviamente, che la cachaça sia di buona qualità). Ma già che ci siamo, considerato che cachaça significa anche Caipirinha, analizziamo un attimo la struttura del cocktail brasiliano per eccellenza:

  • 1 lime tagliato a spicchi
  • Una zolletta di zucchero (a cui io aggiungerei un po’ di sciroppo di zucchero)
  • 60 ml di cachaça

Avete capito? In fondo non è che un Daiquiri pestato (con il lime a spicchi, cioè, pestato con lo zucchero nel bicchiere prima di aggiungere la parte alcolica).

E non è che un Daiquiri anche il cocktail nazionale peruviano, il Pisco Sour:

  • 60 ml di Pisco (brandy non invecchiato)
  • 30 ml di succo di limone (ma si può fare anche 15 ml di succo di lime e 15 ml di limone)
  • 20 ml di sciroppo di zucchero
  • 1 bianco d’uovo (per dare setosità al cocktail e quella bella schiumetta – che non sa d’uovo, fidatevi – su cui adagiare tre gocce di Angostura o, visto che parliamo di Perù, di bitters Amargo Chuncho)

E che dire del Mai Tai, uno dei capisaldi della miscelazione Tiki (quel fantasioso mondo pop-polinesiano fatto di foglie d’ananas, ghirlande, camicie a fiori e ukulele)?

  • 60 ml di rum scuro invecchiato (un blend preferibilmente)
  • Da 20 a 30 ml di succo di lime fresco
  • 15 ml di orzata (o, se preferite, 7,5 ml di orzata e 7,5 ml di sciroppo di zucchero)
  • 15 ml di triple sec
  • 1 splash di Angostura (opzionale)

Messi in fila sono 4 o 5 ingredienti, ma fate caso alla struttura: base alcolica (rum) + parte acida (lime) + parte dolce (triple sec, orzata e sciroppo di zucchero). Insomma, un Daiquiri tropicale al quadrato.

Se invece vogliamo giocare con tutti e tre gli ingredienti sostituiamo

  • 60 ml di rum con 60 ml di gin
  • 30 ml di succo di lime fresco con 30 ml di succo di limone fresco
  • 20 ml di sciroppo di zucchero con 20 ml di sciroppo di miele

E prepariamoci in questo modo il Bee’s Knees, uno dei classici preferiti da Sasha Petraske (il quale, ripristinando il lime, creò il… Business).

Se poi nel Bee’s Knees ci venisse in mente di scomporre la parte dolce togliendo un po’ di sciroppo di zucchero e aggiungendo altrettanta granatina, con l’aiuto di un bianco d’uovo avremo miscelato un… Pink Lady.

Ma poiché nel twist si può anche aggiungere oltre che sostituire, seguitemi e shakerate:

  • 60 ml di gin (base alcolica)
  • 30 ml di succo di limone fresco (parte acida)
  • 20 ml di sciroppo di zucchero (parte dolce)

Quindi prendete un bicchiere stretto e alto, versateci 60 ml di soda, il sour che avete appena shakerato e riempite di ghiaccio. Mentre guarnite a piacere con una fetta d’arancio o una scorza di limone realizzerete che avete appena preparato un classico… Collins, ovvero un Daiquiri al gin con le bolle. Se poi invece del gin usate la vodka, al posto del limone il lime e della soda la ginger-beer, la risposta… Beh, la risposta non potrà essere che Moscow Mule (un altro Daiquiri frizzante).

E se siete ancora in vena di provare, alla ricetta del Collins aggiungete un albume e cambiate tecnica: shakerate il tutto (a parte la soda) prima senza ghiaccio, poi con in ghiaccio, quindi filtrate due volte (strainer + colino) in un bicchiere non stretto e alto ma strettissssimo e altissssimo, versate lentamente la soda ghiacciata e assisterete al miracolo della schiuma che salirà verso il bordo del bicchiere prima di poter dire di aver “montato” il vostro primo… Silver Fizz. Vi piace? Bene, ripetete l’operazione aggiungendo un po’ di essenza di arancio e della panna liquida e… Ladies and Gentlemen: Ramos Gin Fizz!

Ma a questo punto, perché fermarsi? Siete ancora per le bollicine? Bene, invece della soda usate dello champagne (o del Franciacorta se siete nazionalisti) e… French 75 sia!

Come vedete, il Daiquiri è l’asse portante di moltissimi cocktail che si possono ottenere giocando sull’equilibrio degli ingredienti e sulla loro scelta, ma sempre partendo da una ricetta chiara, semplice e, proprio per questo, come ho già scritto, geniale:

  • 60 ml di rum bianco
  • 30 ml di succo di lime fresco (anche qualche goccia meno se molto pungente)
  • 20 ml di sciroppo di zucchero

Al solito, per quello che mi riguarda vi do appuntamento alla terza tappa del nostro giro del mondo in barra (l’Old-Fashioned) e vi lascio con lo Shorescreen, un mio twist su un Daiquiri di Alex Day, lo Smokescreen:

  • 30 ml di whisky (un blend)
  • 30 ml di Talisker (single malt di Skye)
  • 30 ml succo di limone fresco
  • 15 ml di sciroppo di zucchero
  • 15 ml di Chartreuse verde

Tecnica: Shake & Strain

Glass: Old-Fashioned + Ice Cube

Garnish: Scorza di limone

Cheers Up!

Stefano Gallarani

Stefano Gallerani è nato il 4 ottobre del 1975 a Roma, dove vive lavorando in televisione. Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Alias», supplemento letterario de «il manifesto», “l’Unità”, “Il Mattino” e “Playboy”. Collabora con le riviste «Il Caffé Illustrato» e «L’Illuminista». Altri contributi sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, «Alfabeta2», «Il Giannone», «Allegoria» e «Reportage». Nel 2014 ha pubblicato “Albacete” (Lavieri). Il suo ultimo libro. “A Buenos Aires con Borges” è uscito nel giugno scorso per i tipi di Giulio Perrone Editore. 

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