Vistorta: la resilienza della sperimentazione
- Il tutto attorno ad un vitigno che è divenuto l’emblema di questa cantina: il Merlot.
- E dieci anni dopo vede la luce la prima bottiglia di questa nuova stagione.
- Vistorta ha 220 ettari di tenuta.
- I 140 ettari di seminativi sono coltivati con colture di frumento, orzo, girasole, soia, erba medica in rotazione.
Che l’uva sia nelle anfore o nelle barriques all’aperto, piuttosto che sgranata a mano o a macchina così da poter ascoltare la differenza dello scrocchiare dell’acino in fase di fermentazione, o ancora nel cemento con il rimontaggio a pompa, tutto questo è parte della sperimentazione della Cantina Vistorta, è parte dell’estro sperimentativo di Alec Ongaro.

Un estro reso ancor più libero dall’essere una cantina a certificazione biologica, che fa dell’ecosostenibilità l’elemento cardine su cui far ruotare tutta l’azienda, non solo la parte vinicola.
Il tutto attorno ad un vitigno che è divenuto l’emblema di questa cantina: il Merlot.
E non chiamatelo internazionale, Brandino Brandolini non lo riterrebbe corretto, quasi tutti i vitigni, dice, hanno origine estera, ma una volta entrati in simbiosi con il territorio, non possono che essere considerati del luogo.

E quale luogo migliore del Friuli Venezia Giulia per tale vitigno.
E se prima il Merlot di Brandino Brandolini prevedeva una traccia di altro, Cabernet Franc o Shiraz, dal 2000 è prodotto in purezza.
Tutto nasce nel 1872 quando Guido Brandolini asseconda la sua vocazione e passione agricola e dà il via ad una prospera tenuta dove, alle colture cerealicole e alla bachicoltura tipiche del Veneto, affianca la vigna.

Vistorta nasce come un piccolo borgo nella campagna friulana ai confini con il Veneto i cui abitanti erano i contadini, i fabbri, i falegnami e i cantinieri dell’azienda.
La tenuta venne restaurata e portata al suo splendore attuale negli anni ’50 e ‘60 da Brando Brandolini e dalla moglie Cristiana, con l’intervento dello scenografo Renzo Mongiardino sulla villa e dell’architetto paesaggista Russell Page per il giardino all’inglese.

Al padre, nel 1979, subentrò Brandino Brandolini che dopo una laurea in agraria all’Università Texas A&M, fa le sue prime esperienze a Bordeaux.
Da questa esperienza la volontà di realizzare un grande vino rosso: la composizione argillosa calcarea dei terreni di Vistorta si adatta, infatti, alla coltivazione di varietà a bacca rossa e in particolare al Merlot.
E dieci anni dopo vede la luce la prima bottiglia di questa nuova stagione.
A partire dal 2008 l’azienda agricola diviene interamente a conduzione biologica e la sperimentazione è da vari anni seguita da Alec Ongaro che dal 1994 affianca Brandino in cantina con la vinificazione.
Vistorta ha 220 ettari di tenuta.
Il vigneto copre una superficie di circa 40 ettari, è contornato da boschetti e siepi che contribuiscono a mantenere la biodiversità e a mitigare le temperature estive creando corridoi di aria fresca.
I 140 ettari di seminativi sono coltivati con colture di frumento, orzo, girasole, soia, erba medica in rotazione.
Le colture sono intercalate dalle colture di copertura, per un costante arricchimento della fertilità del suolo seguendo i principi dell’agricoltura biologica rigenerativa.

Brandino Brandoli ha cercato di operare in regime sempre meno interventista non solo in vigneto ma anche in cantina, con uso minimo di anidride solforosa e con metodi tradizionali: la macerazione sulle bucce, le follature manuali, le fermentazioni spontanee in botti aperte.
Ma Vistorta non è solo un’azienda agricola, è anche un luogo da visitare, un borgo dove nel passato si sono intrecciate vite e racconti, dove il duro lavoro dei campi scandito dalle stagioni era quotidianità.
Ancora oggi i vistortesi da tutto il mondo si riuniscono una volta all’anno per una grande festa nella tenuta, un modo per ricordare il passato e vivere Vistorta nel presente.
E Brandino Brandolini fa parte di quella comunità, definendo sé stesso quello che ha sempre voluto essere: un agricoltore, un agricoltore resiliente.



