Fiera dei Sapori d’Italia: a Frascati il gusto della cucina italiana

Fiera dei Sapori d’Italia: a Frascati il gusto della cucina italiana.

A Villa Torlonia un viaggio attraverso le venti regioni italiane, tra piatti della tradizione, vini, masterclass e show cooking.

Un evento che alla dimensione conviviale affianca occasioni di approfondimento aperte anche a chi non è un addetto ai lavori.

Dal 17 settembre al 4 ottobre Villa Torlonia, a Frascati, ospita la terza edizione della Fiera dei Sapori d’Italia. Diciotto giornate dedicate alle cucine regionali, ai vini e alle produzioni agroalimentari italiane.

La manifestazione è ideata e organizzata dal Gruppo Valica ed è prodotta da Experience Lab, società del gruppo.

Ha il patrocinio del Comune di Frascati, del Parco Regionale dei Castelli Romani e di Visit Castelli Romani.

Tra i partner istituzionali figurano Regione Campania, Regione Calabria, Arsac – Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese –  e il Comune di Città Sant’Angelo.

Il grande menù della Fiera disegna una carta gastronomica che percorre la Penisola da Nord a Sud e dalle isole alle regioni alpine.

Arrosticini abruzzesi e peperone crusco lucano, specialità calabresi e campane, lampredotto toscano e spätzle del Trentino-Alto Adige.

Preparazioni umbre e molisane, tortelli d’erbetta emiliani, olive all’ascolana e ciauscolo marchigiano, orecchiette pugliesi.

E ancora Lazio, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Liguria, Piemonte e Lombardia, fino alle busiate e alle arancine siciliane, ai culurgiones e al porceddu della Sardegna e alle specialità venete.

La proposta gastronomica

Non si pretende naturalmente di racchiudere in pochi piatti la complessità di venti cucine regionali.

L’idea è piuttosto quella di offrire una panoramica, un primo incontro con ricette e prodotti che raccontano territori differenti.

Si passeggia tra gli stand, si osservano le preparazioni e si sceglie cosa assaggiare attraverso una card ricaricabile.

Al cibo si affianca il vino, con una selezione di etichette IGP,  DOC e DOCG provenienti da differenti territori italiani.

 

I vini in degustazione

Ma limitarsi a mangiare e bere significherebbe cogliere soltanto una parte della manifestazione.

Oltre l’assaggio

Accanto ai banchi gastronomici, la Fiera propone infatti un programma di masterclass, degustazioni guidate, show cooking, laboratori e incontri di approfondimento.

Vino, olio extravergine, salumi, formaggi, pane, pasta, pizza e caffè diventano argomenti da conoscere oltre che prodotti da consumare.

Il calendario attraversa territori, tecniche, materie prime e tradizioni, affiancando alla dimensione conviviale una componente divulgativa.

Non mancano alcuni nomi conosciuti dal grande pubblico.

Tra gli ospiti, Giorgione, con un viaggio nei sapori dell’Umbria; Stefano Paciotti, il “poeta salumiere”, protagonista di una degustazione dedicata a dieci prosciutti italiani.

Fabrizio Nonis, El Bekér, con uno show cooking incentrato sulla cultura della carne.

Patrizio Roversi, da anni legato al racconto televisivo dei viaggi, dei territori e delle produzioni italiane.

All’interno di questo programma trovano spazio percorsi dedicati in maniera più approfondita ad alcune realtà regionali.

La Campania è protagonista dello show cooking “Territorio, Biodiversità e Vino”, con lo chef Giuseppe Daddio, realizzato in collaborazione con la Regione Campania.

A questo, si affianca, la masterclass sui vini campani che ho seguito personalmente durante la Fiera.  Un percorso di degustazione tra vitigni, denominazioni e diverse espressioni del territorio.

All’incontro e ai vini degustati sarà dedicato prossimamente un articolo di approfondimento.

Un altro percorso regionale è quello dedicato alla Calabria, presente nel programma attraverso le sue produzioni enogastronomiche, dal vino all’olio fino alla cucina.

Tra gli appuntamenti, lo show cooking “Tradizione e creatività in cucina” con Federica Di Lieto, chef calabrese.

Nota al grande pubblico come semifinalista della decima edizione di MasterChef Italia.

Federica porta al centro dell’incontro ingredienti della tradizione regionale come la stroncatura, le alacce, le olive della Piana, l’aglio rosa di Nicastro e il finocchietto.

Non manca una masterclass dedicata ai vini ed ai vitigni di questa regione che con la Campania costituiva l’antica Enotria.

Il programma mantiene allo stesso tempo uno stretto rapporto con il luogo che ospita la manifestazione.

Con appuntamenti dedicati al Lazio ed ai suoi vini di origine vulcanica.

Altri approfondimenti riguarderanno: la dieta mediterranea, la panificazione, la pizza, fino ai formaggi e al caffè.

 

 

Il filo conduttore è chiaro: raccontare ciò che arriva nel piatto e nel bicchiere, invece di limitarsi a servirlo.

Dal gusto alla cultura

L’ingresso alla Fiera è libero e diversi appuntamenti del programma sono gratuiti, previa prenotazione. Altri prevedono invece un costo, mentre alcuni incontri sono rivolti specificamente agli operatori professionali.

È una formula che permette anche a chi non appartiene professionalmente al mondo dell’enogastronomia di avvicinarsi a contenuti più strutturati.

Non occorre essere sommelier, ristoratori, produttori o giornalisti di settore.

Si può arrivare semplicemente attratti dalla possibilità di assaggiare un piatto.

E ritrovarsi a scoprire un vitigno, una ricetta, un prodotto o una tradizione che prima non si conoscevano.

E’ proprio qui che la manifestazione acquista una dimensione che va oltre quella puramente gastronomica.

Perché conoscere un prodotto non significa soltanto imparare a riconoscerne un sapore. Significa chiedersi da dove venga, perché sia nato proprio lì e quale storia porti con sé.

Dietro un vitigno ci sono un suolo, un clima e il lavoro dell’uomo.

C’è una ricetta ci sono le materie prime che un territorio aveva a disposizione, ma anche necessità, scambi, contaminazioni e consuetudini.

Ed anche un prodotto tradizionale ci sono tecniche, gesti e saperi tramandati nel tempo.

Il cibo smette di essere soltanto qualcosa da consumare e diventa una chiave per comprendere un luogo e chi vi abita.

E’ anche così che si fa cultura.

Una cultura che non nasce necessariamente da una conoscenza specialistica. Può cominciare semplicemente da qualcosa che non avevamo mai incontrato prima: il nome di un piatto, un ingrediente sconosciuto, un vitigno mai assaggiato.

La curiosità produce conoscenza, perché spinge a domandarsi che cosa abbiamo davanti, da dove provenga e perché faccia parte della storia di un determinato luogo.

Questo assume un valore particolare quando si guarda alle generazioni più giovani.

La conoscenza di molti piatti della tradizione, infatti, non può più essere data per scontata.

Se una preparazione non arriva più sulla tavola di casa, se non appartiene all’ambiente familiare, un ragazzo può semplicemente non incontrarla mai. Prima ancora di ignorarne la storia, può non sapere che esista.

Penso ad esempio alla tradizione napoletana ed al suo ragù.  Per generazioni il ragù della domenica ha attraversato famiglie e ceti sociali diversi ed è stato molto più di una ricetta: un rito domestico.

Fatto di tempi lunghi, gesti e conoscenze che passavano quasi naturalmente da una generazione all’altra. Oggi quella trasmissione non è più altrettanto scontata.

Sono cambiati i ritmi della vita quotidiana, le famiglie, il tempo dedicato alla cucina e le abitudini del pranzo domenicale.

Una preparazione lunga e impegnativa può essere cucinata sempre meno e, se nessuno la prepara, viene meno anche l’occasione di assaggiarla. E così se ne perde memoria.

Anche la ristorazione si è trasformata: deve fare i conti con costi e tempi di preparazione, esigenze di mercato e nuovi gusti.

Mentre l’incontro tra culture diverse introduce contaminazioni che modificano continuamente il nostro modo di mangiare.

È una naturale evoluzione della cucina, che però rende ancora più importante conservare la conoscenza di ciò che ci ha preceduto.

Perché innovazione e memoria possono convivere soltanto se la seconda non viene perduta.

È in questo senso che mettere nello stesso spazio le venti cucine regionali acquista un significato ulteriore.

Prima ancora dell’assaggio c’è la possibilità della scoperta: incontrare una ricetta che non si conosce e magari voler sapere qualcosa di più.

Una tradizione gastronomica non rimane viva perché semplicemente la sua ricetta è stata scritta da qualche parte. Rimane viva se continua a essere conosciuta, raccontata ma soprattutto cucinata.

La curiosità produce conoscenza. E la conoscenza, quando viene trasmessa, diventa memoria viva.

Per chi volesse approfondire cantine e produttori presenti, rimando alla pagina della manifestazione: https://fieradeisaporiditalia.it.

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Napoletana di nascita e romana d’adozione, dal 2010 vivo nella Capitale, dove lavoro come IT Manager. Da buona donna del Sud, amo la cucina tradizionale, i sapori autentici e le tavole conviviali, anche se preferisco più stare davanti ad una tavola imbandita che dietro ai fornelli. Le contaminazioni moderne? Le accetto, ma con moderazione. Diciamo che, se volete conquistarmi, una buona pizza batte sempre il sushi! Ho molte passioni: il cinema anni ’50 e ’60, il teatro, i romanzi gialli, la musica, l’opera lirica, la disco music rigorosamente anni ‘70 e ’80 e sono una grande tifosa del Napoli. Quando posso mi piace viaggiare tra borghi e luoghi poco battuti, od andare alla ricerca di ristoranti e realtà che coniugano semplicità e raffinatezza, dove poter vivere quelle esperienze “per molti, ma non per tutti”. Nel 2022 mi sono avvicinata per curiosità al mondo del vino. E pensare che credevo di essere astemia! È stato amore a prima vista. Da allora ho iniziato a studiare, a degustare e a partecipare a corsi e masterclass, fino a diplomarmi Assaggiatore ONAV e certificarmi Wine Ambassador. E non mi fermo qui, perché la mia sete di sapere (e di vino) continua a spingermi verso nuove avventure Nel 2025 ho creato un mio blog, Un bicchiere alla volta per condividere, con curiosità e leggerezza, le emozioni che nascono da un calice di vino e da un buon piatto. Con molta umiltà, cerco di non parlare di tecnicismi, ma di raccontare le emozioni che il vino sa suscitare. Come diceva Socrate, “so di non sapere”, e ogni calice resta per me un piccolo mondo da scoprire.
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