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Il Nebbiolo delle cascine del Roero

Se vi capitasse, com’è capitato a me nel 1983, di incrinare un semiasse per una profonda e quasi invisibile buca scavata apposta di traverso in un viottolo poderale, allora forse anche voi maledireste i contadini.

Non che avessero tutti i torti, per via delle scorribande notturne dei picchiatelli che, dopo le sbronze del sabato sera, ancora adesso si avventurano in slalom per le stradine del Roero, ma quella buca proprio non ci voleva.

O forse sì, visto che, grazie ai segni della piccola ferita che incidono ancora adesso la mia pelle sopra una palpebra (mannaggia al telaio del tettuccio della mia ‘500 che fermò in quel modo la mia violenta capocciata!), da quel momento ho iniziato a usare una maggior prudenza nella guida e ho avuto modo di apprezzare più da vicino un mondo che mi era sconosciuto, forse perché sempre e soltanto attraversato di corsa e che invece è di una bellezza fiabesca da godere con calma.

«Macché acqua!», avevo detto ai vignaioli che erano sbucati da una cascina fra i filari e volevano portarmi in ospedale, «se ci fosse del buon vino forse la botta mi passa prima». E così, dopo una medicazione alla buona, avevo rimediato anche un pranzetto alla buona e perfino una bottiglia di Vino da Tavola Nebbiolo del Roero 1980 alla buona da portare a casa, stavolta a passo di tartaruga. , e non c’era nemmeno la DOCG, concessa nel luglio 2004. Da quelle parti erano abituati da sempre a correggere un po’ il nebbiolo con una minima aggiunta di altre uve locali (anche bianche) e se volevano fregiare le bottiglie con un marchio DOC potevano solo vinificare il nebbiolo in purezza ed etichettarlo come Nebbiolo d’Alba. Quella bottiglia era il vino migliore che avevano in casa, per giunta neanche di un produttore famoso, ma di una piccola cantina locale della borgata Marenghi di Montaldo che associava sette piccoli produttori, e non era nemmeno il frutto di un’annata strepitosa, com’erano state fino a quel momento il ’64, il ’71 e il ’78. Una bottiglia da non aprire certamente con gli amici, dunque, per non fare magari una brutta figura. Ed è stata a lungo l’unica del Roero che è riuscita a entrare nella mia cantinetta, dove l’ho lasciata apposta a futura memoria di quell’incidente giovanile, di quel trabiccolo, di quella gente e di quella terra.

Il Roero allora non era proprio una meta turistica e forse non lo è nemmeno oggi, era sempre stato lasciato al palo dalle più famose Langhe con l’invitante città di Alba e le sue squisitezze enologiche e gastronomiche, ma anche dallo spumeggiante Monferrato e dalla mondana Asti. Ci si andava per i bolliti di manzo, che là lessano senza sale e poi servono fumanti in tavola con la tazza del sale grosso e le tazzine delle salse locali, succulenti come non ce ne sono altri al mondo, da carni bovine piemontesi autentiche di torelli e manzette che mangiavano soltanto erba e fieno. Vino ideale per queste scorpacciate a buon prezzo, ma divine, era quel Barbera spumeggiante e amarognolo dei bottiglioni casalinghi da 2 litri che era anch’esso lo scopo di quelle gite, visto che a Milano non arrivava mai, soppiantato da quelli più delicati dell’Oltrepò, ma già confezionati come Dio comanda. Colline un po’ selvatiche e senza attrazioni particolari, stradine strette monopolizzate dai ciclisti e quindi pazienti code in attesa che qualcuno di loro, mettendo mano alla borraccia, con la coda dell’occhio si accorgesse che dovevano darti strada, perciò soltanto quei bolliti e quei vini indimenticabili potevano portare lì qualcuno come me.

Eppure quelle terre povere (residui fossili marini, sabbia, calcare e poca argilla) e quel clima più secco e dalle escursioni termiche più pronunciate sono dei veri tesori sia per i pascoli che per i vigneti. Uve più sane per un’umidità minore, quindi meno trattamenti, danno vini dai profumi più marcati e dalla struttura più complessa, con una spiccata personalità, inconfondibili. Nelle cantine allora non si trovava una barrique e dopo macerazioni di almeno due settimane e una maturazione nei tipici fusti e doppi fusti piemontesi, dopo la svinatura avveniva l’illimpidimento e si aspettava la fine dell’estate, a settembre, per imbottigliare il vino e lasciarlo affinare in vetro almeno per qualche mese prima di metterlo in commercio.

Come sapranno invecchiare quei vini che in Roero alcuni, invero pochi per la verità, stanno ultimamente maturando in barrique, non lo sappiamo ancora. Questa piccola botte non è una manna caduta dal cielo, come sapeva bene Giacomo Tachis anche quando ne aveva ricavato successi strepitosi con il Tignanello, il Sassicaia, il Solaia e ne avrebbe ottenuti ancora con altri vini come il Turriga e il Carignano del Sulcis. Solo certi vini potenti, estrattivi, non molto aromatici e che hanno un adeguato tenore alcoolico sanno resistere all’attacco dell’ambiente interno della barrique, fatto di sostanze estranee e non caratteristiche del vino, ma del legno di quercia. Sono sostanze fenoliche, aldeidi aromatiche della lignina e anche derivate dal furano. Non tutti i vini sono capaci di difendersi da queste sostanze. Per esempio le combinazioni di furano arricchiscono la composizione sensoriale dell’aroma di mandorle tostate, le combinazioni di lattosio danno al vino le note di cocco, le aldeidi le note di vaniglia, alcune combinazioni fenoliche profumano di chiodi di garofano, però molte di loro possono dare al vino un odore di asfalto, di farmacia e anche di letame.

Come risulta da tutto questo, l’applicazione della tecnologia della barrique è spesso un’arma a doppio taglio, tenuto conto che può capitare che le note estranee della barrique soffochino il bouquet floreale e fruttato degli aromi dell’uva. Al contrario, sappiamo con certezza per lunga esperienza che i grandi vini delle Langhe maturati nelle grandi botti possono invecchiare per almeno cinquanta e forse più anni, acquisendo degli aromi davvero magici, quando sono prodotti a regola d’arte da cantine di provata e duratura capacità. Dubito sempre degli exploit di qualche annata ben riuscita per caso a quei produttori che fino a qualche decina di anni fa vendevano le uve o i mosti e si occupavano di altro, ma che poi (quando con Barolo e Barbaresco finalmente c’era da guadagnare sulla scia del lavoro degli altri che erano riusciti ad imporli sui mercati esteri) sono ritornati in gran numero a fare i vignaioli e i vinattieri e passando in fretta e furia alla barrique, senza neppure imparare prima ad usare meglio le botti dei nonni e dei padri. Però nelle Langhe si ha una maggior sicurezza sulla capacità evolutiva nel tempo dei nebbioli dei cloni lampìa, michet e rosé, mentre qui stiamo parlando del Roero, altri terreni, dove il Nebbiolo ha un colore rubino più acceso e più chiaro, un profumo di fragolina accanto a quello di lamponi e di viole, un accenno speziato, ma che non ha mai avuto la longevità estrema dei cugini langaroli ed è sempre stato da preferire un po’ più giovane, anche perché meno nervoso di quelli nei primi anni di vita e senz’altro più pronto alla beva.

Non ho dato quindi importanza a quella bottiglia di Vino da Tavola Nebbiolo del Roero 1980 dei Produttori Montaldesi Associati, ritenendo a torto questo vino un cugino povero di quelli langaroli. Questo vino che non costava molto, che non era griffato, che non era dopato in barrique, di un’annata più che buona ma non eccelsa, mai citato non solo in una guida ma neanche sulla stampa, poveretto nella semplice veste della sua bottiglia che non era vestita da un artista del marketing e con un normalissimo tappo (ma di quelli sani di una volta!), teoricamente non aveva abbastanza numeri per piacermi, così era rimasto a impolverarsi in cantina per vent’anni. Tanti davvero per un ”semplicissimo” Vino da Tavola Nebbiolo del Roero che a quel tempo poteva lasciare la cantina d’origine anche soltanto dopo 11 mesi e non almeno 25 come avveniva allora per il Barbaresco o almeno 37 per il Barolo, i due cugini maggiori che dovevano inoltre maturare per periodi ben definiti in botti di rovere o castagno. Sono già un’enormità se pensiamo che questo vino era fatto probabilmente da un miscuglio di uve di quei sette produttori che alla fine degli anni ’60 si erano associati fondando la Produttori Montaldesi Associati, oppure era fatto anche con altre uve di una miriade di minuscole altre vigne condotte sia su terre vocate sia su chissà quali altre, sia da gente cocciuta che da sempliciotti dell’ultima ora, ognuno con il suo modo di condurre le vigne a volte opposto addirittura a quello del vicino. Figurarsi poi i roerini… beh, mi sono proprio sbagliato!

Stappandolo dopo vent’anni, un missile di profumi di violetta, molto intenso, mi è entrato dritto nel cervello, pizzicandomelo quasi fino a lacrimare. Quando mi sono ripreso ho visto che il tappo, in effetti, non era più elastico, ma almeno era integro. Il colore del vino era molto più chiaro e trasparente di quanto mi aspettassi, più da grignolino rosa antico che rubino, con dei bagliori aranciati. Il bouquet dei profumi non era proprio quello previsto. All’inizio il geranio, poi fichi secchi, ciliegie sotto spirito e sempre quella viola, ma stavolta meno aggressiva, per fortuna, almeno da non lacrimare! In bocca si sentiva caldissimo, penetrante, ampio, con le sensazioni olfattive tutte confermate anche dal gusto, ma con un’unghia di pepe verde appena macinato e di (si può dire?) ”merdin”, che non stonavano affatto. Un vino pieno, ricco, ma vellutato, etereo, che baroleggiava addirittura con la sua fine struttura, maestosa e ben equilibrata.

È stata la prima volta che ho cominciato un pranzo dai formaggi stagionati e muffati, perché ho dovuto rimettere in frigorifero le costatine di manzo pronte da grigliare, non all’altezza di un vino di questa classe. Per fortuna che avevo ancora delle olive sarde insaporite e… (non me ne vogliano i sommelier) dei biscottini lingua di gatto. Come faceva d’abitudine la bisnonna Marietta, spentasi come una candelina, ma sana come un pesce, soltanto di vecchiaia a 97 anni e gliene mancavano appena tre per ricevere alla festa del secolo una damigiana di Vin Santo («ma sa fà a specià tri ann, daman un fiasc adreaman, da chì a duman!»), nell’ultimo bicchiere me li sono ”pucciati” con voluttà, e che goduria! La bisnonna, come il nonno, lo zio Renzo, la zia Mariuccia e in genere tutta quella generazione nata agli inizi del secolo scorso, non avevano né guide né barrique, ma sapevano bere forse meglio di noi. Prima di decidere di comprare un vino non lo giudicavano a priori dai colori dell’etichetta o dal collarino con l’annata, dal prezzo o dalla forma della bottiglia, dalla fama del produttore o dalle doti imbonitorie del commerciante, come spesso purtroppo mi ritrovo ancora fare io (e non sono certo il solo). Loro ne avrebbero comprati a cestelli interi di quei Nebbioli lì, dopo aver stappato e bevuto la bottiglia sul posto anziché portarsela a casa come un idolo o un trofeo da cassaforte. Ma ai loro tempi non c’erano i limiti del tasso alcoolico nel sangue e, in verità, quasi non c’erano automobili… ma neanche gli sciamani o i guru dalla sputacchiera facile (i vini sono fatti per esser bevuti in allegria, non sono certo da sputare per poi… ”giudicarli” o ”premiarli”).

Oggigiorno chi va nel Roero trova tutta un’altra realtà fra i 25 territori comunali di questo anfratto di Piemonte con una popolazione di meno di 75.000 abitanti in tutto su una superficie di 420 km2 dove svettano tante torri e castelli fra il sali e scendi delle colline con le vigne, i castagneti, i frutteti e gli orti che si susseguono come un mosaico su suoli diversi dalle caratteristiche peculiari, anche estreme, con una variabilità microclimatica che assume sfaccettature molteplici a causa della morfologia del territorio. I produttori di Nebbiolo del Roero sono tanti, alcuni anche famosi produttori dei più conosciuti ”cugini” Barolo e Barbaresco, ma vorrei concentrarmi su quelli montaldesi.

Di recente ho trovato a Montaldo Roero quattro piccole cantine. Nel centro storico i due giovani Giorgio ed Edoardo Musso, che producono anche nocciole e miele, perciò fanno poche bottiglie e gran parte dell’uva che raccolgono la vendono ad altre realtà produttive. In frazione San Giacomo nella Cascina Foetto c’è Beppe Parussa con la sua famiglia che è originaria della borgata Cagnola e pare che risalga al 1200. Ilaria Bertello e la sua famiglia stanno invece in frazione San Rocco fin dal 1890 nella Cascina Ciapat, il cui nome deriva dal bricco Ciappetto e, a poca distanza, ci sono i fratelli Giovanni e Lorenzo Frea di un’azienda che si tramanda da generazioni, ma che ha avuto una rinascita enologica a partire dal 2002. Se andate da quelle parti ne troverete senz’altro degli altri, ma per conoscerli e gustarne i vini bisognerà tornarci ancora o magari progettare un soggiorno sul territorio, alloggiati presso una delle strutture ricettive del paese. Oltre ai vini rossi buoni troverete anche l’Arneis bianco e vi consiglierei di riempire i bagagliai di pesche, pere della Madernassa e fragole, se andate d’estate, ma anche asparagi, nocciole del Piemonte e castagne in autunno e tartufi bianchi durante le prime settimane dell’anno nuovo. Sul posto gustatevi la tinca gobba e le carni bollite o brasate, ma se potete prenotare (andateci durante la manifestazione con cena annuale ”il ponte dei sapori” che è promossa ogni anno dal Comune nell’ultimo fine settimana di agosto



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