Le nuove generazioni della Chiavennasca
Conclusa la seconda edizione di ViVa, Vini Valtellina, la manifestazione annuale dedicata alla viticoltura valtellinese.
Realizzata dal Consorzio di Tutela dei Vini della Valtellina, in partnership con la Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina e Fondazione Provinea, la manifestazione ha visto il sostegno anche del Comune di Sondrio che la ospita.
La viticoltura valtellinese rappresenta infatti una realtà estremamente importante del territorio, al pari della raccolta delle mele o della produzione alimentare.
Una realtà che per essere preservata ha avviato un processo di rinnovamento sia nella produzione, che nella promozione di un prodotto non molto conosciuto al di là del suo territorio.
Questa evoluzione passa per una maggiore coesione all’interno del Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni.
Oggi ve ne presentiamo due: una vecchia/nuova generazione e una decisamente nuova.
La prima è la Cantina Balgera, una realtà importante della Valtellina, ancora guidata da papà Paolo, che negli anni 2000, complice, forse, la crisi del mercato tedesco, dette all’azienda una spinta innovativa.

Una spinta alla modernizzazione che oggi vede il coinvolgimento dei due figli, Luca e Matteo, il primo come enologo, il secondo decisamente più orientato al settore del marketing.
Una svolta l’hanno impressa anche i loro vigneti, tre ettari in zona Valgella, che sono bassati dal “ritocchino”, il classico filare verticale dal basso verso l’alto, al “giropoggio”, filare orizzontale che permette una lavorazione anche con macchine agricole, ponendo il filare alla stessa altezza.

La produzione è di circa 50.000 bottiglie, su tre delle cinque denominazioni della Docg Superiore: Sassella e Inferno acquisendo uve da vigneti selezionati e Valgella.
Convinto sostenitore della manifestazione ViVa, Vini Valtellina, Matteo Balgera è convinto che due siano le strade per fare meglio e proporsi meglio: dimezzare il periodo di affinamento e valorizzare la particella di territorio.
Un tema quello delle cru che accomuna la gran parte dei produttori di questa zona. In un territorio in cui il la produzione di vino è quasi esclusivamente di Nebbiolo, il “terroir” è fondamentale per caratterizzare il prodotto finale.
Dello stesso avviso i due enologi fondatori della Cantina Dirupi.
Pierpaolo Di Franco e Davide Fasolini, soprannominati Birba e Faso, hanno intrapreso un progetto di tutela e valorizzazione del patrimonio vinicolo e paesaggistico, senza che possedessero una vigna.

Situata in un palazzo storico di Ponte in Valtellina, accanto alla Chiesa, la Cantina Dirupi vinifica uve provenienti da piccoli vigneti presi in affitto da diversi proprietari.
Minuscoli appezzamenti a strapiombo sulla roccia, sparsi in più di 20 zone diverse.
I vigneti sono organizzati in terrazzamenti separati da muretti a secco e gestiti nel segno di una viticoltura rigenerativa.
Sono entrambe cantine di qualità, dal Rosso di Valtellina allo Sforzato, vini che necessitano di qualche anno di affinamento per essere totalmente apprezzabili.
Per la parte Balgera abbiamo avuto occasione di degustare lo Sforzato dedicato al fondatore della Cantina, Pietro.
Anno di fondazione il 1885, anno dello Sforzato degustato 2010.
Per quanto riguarda Dirupi mi ha convinto lo Sforzato Sbagliato 2022, un vino capace di essere bevuto da solo, senza abbinamento.





