L’ospitalità ai tempi del Covid – Parte 2: la parola ai professionisti

Parte 2: la Parola ai professionisti

Ad aprire questa finestra non poteva che essere una delle personalità più importanti del settore.

Un professionista – e un artista – che con il lavoro si è guadagnato il nome con cui tutti lo conoscono: il Professore. Si tratta, ovviamente, di Antonio Parlapiano, tra i fondatori del cocktail bar speakeasy “Jerry Thomas” di Roma e vero uomo del rinascimento: curioso, interdisciplinare e irregolare, con il suo gruppo di lavoro Parlapiano costruisce esperienze multisensoriali per i clienti del suo bar fondendo miscelazione, atmosfera, musica e storia.

A seguire, Riccardo Rossi, bar-manager dell’High Volume Cocktail-Bar “Freni e Frizioni”, che raccogliendo l’eredità di Christian Bugiada (oggi alma, con Roberto Artusio – altro “padre” del Jerry Thomas – de “La Punta Expendio de Agave”) ha portato il locale di Trastevere tra i migliori del mondo e formato una squadra di giovani talenti da Champions League dello shaker.

ANTONIO PARLAPIANO

“Insieme al mio ineguagliabile team, ho iniziato ad usare la videoconferenza, ho preparato i miei locali a ricevere gli ospiti in sicurezza, ho adeguato l’offerta di prodotti e servizi, ho innovato, rinnovato e reso entusiasta il mio brand, che oggi si sente arricchito, ho rafforzato la mia presenza all’interno del team, abbiamo migliorato le nostre relazioni e fatto crescere ogni individualità, abbiamo restaurato il Jerry Thomas (Vicolo dei Cellini 30, Roma, ndr) rendendolo più caldo e accogliente.

Ho assaporato la piacevole sensazione di migliorarsi attraverso relazioni guidate dal senso di multi-generazionalità, un nuovo modo di interpretare la relazione mentore/apprendista in un mondo a metà tra reale e digitale, in piena pandemia.

Sono solo le prime e più immediate considerazioni su come ho vissuto questo primo anno di pandemia.

E anzi, la primissima cosa che mi è venuta in mente è stato mio nonno, quando mi ammoniva in tempi di spensieratezza che t’aa farei vede io aa vita daa guera e daa malaria…

Sono mesi assai duri per l’ospitalità, in una città come Roma si urla alla catastrofe.

Siamo in una situazione tanto brutta quanto inaspettata: eh sì, chi avrebbe mai immaginato una condizione di disagio tanto forte da spazzare via un intero comparto nel giro di un anno?

Ci sono associazioni, collettivi, sindacati, e infiltrati pure, ahimè, a riempire le piazze, a gridare ai ristori.

E c’è chi disubbidisce, apre, chi “deve lavorare”, affitta b&b” e chi sta chiuso e aspetta la manna da dal cielo

E questo è lo scenario del mondo reale visto dal mio personale taccuino, da circoletto rosso, per parafrasare uno dei miei totem, Rino Tommasi.

Poi c’è quello on line, rappresentato, troppo ahimè, dai social network, che io vedo come strumenti magnifici di divulgazione della propria visione di un mondo migliore.

Sono una vera opportunità di costruire il mondo nel quale si intende vivere, essendo felici.

I diversi lockdown hanno aumentato a dismisura le opportunità di raggiungere questo obiettivo: ore, giorni e mesi di tempo durante i quali i quali anche il capo dei bradipi avrebbe saputo organizzare il suo habitat curando i minimi dettagli.

Ma ho visto meme, scherni, ammiccamenti, tombole, festicciole, dirette instagram, discussioni da bar dello sport, influenze di un marketing privo di contenuti.

Eh si, avete letto bene: MARKETING.

Perché il tutto è stato abbondantemente annaffiato dai portafogli compiacenti di multinazionali, distribuzioni, società di comunicazione, brand.

È, e mi duole dirlo, un teatrino che riempiva ogni giorni i miei feed di facebook di spazzatura, non necessaria quanto una crisi di governo in questo momento, a tratti spiacevole e dal finale tipo Fernet la mattina alle 7:30, malamente amaro e dannoso.

Nel pieno del secondo decennio del secondo millennio dopo Cristo, per uno della generazione “X” quale io sono, è come vivere nel paese dei balocchi ed un lockdown è visto come un’opportunità di fermarsi e operare una piena e soddisfacente introspezione, per andare veramente a rispondere ad alcune domande che non ci si fa mai.

Chi sono? Quali sono i miei valori? Cosa faccio? Che valore produco quando lo faccio? Come integro i miei valori in quello che faccio? Come dovrebbe essere il mondo in cui vorrei vivere? Come posso fare per realizzare questa visione?

Le domande che mi sono fatto sono davvero tante…

Ma ho capito una cosa fondamentale dalle risposte che mi sono dato, e cioè che bisogna guardare le domande come obiettivi personali e passare all’azione.

E ho ricordato altri miei totem, come la professoressa Giuliani, Filosofia al liceo, che mi diceva che il sistema si cambia “da dentro”, o Barak Obama, quando durante la campagna elettorale del 2008, rivolto al cambiamento, sugellava il suo pensiero nel proverbiale “yes, we can” o la parabola del caffè a Napoli, laddove puoi mettere tutto lo zucchero che vuoi, ma se non giri col cucchiaino il caffè resta amaro.

Ho aperto il mio Mac e ho iniziato a riordinare tutto il materiale accumulato negli anni e ho creato nuove presentazioni con chiavi di lettura diverse degli stessi contenuti.

Ne ho trovati altri che avevo dimenticato e ne ho tratto una serie cronologica di menu per guest, barshow, pop-up bar, eventi in tutto il mondo che ho raccolto e dai quali ho tratto storie di viaggi, studi, condivisioni di esperienze e emozioni a più livelli.

Molto divertente è stato ritrovare anche tutti i vecchi menu del Jerry, quando ne facevamo uno ogni quindici giorni, che poi era la nostra concettualizzazione di speakeasy, ispirandoci a locali come il PDT o il Milk and Honey.

La chicca poi è stata la presentazione e il video con cui abbiamo presentato il Jerry al Cocktails & Spirits di Parigi, nel 2012, che mi ha messo subito al lavoro per riscrivere la storia che ha portato il nostro piccolo bar dove è oggi (e ancora aperto).

Ma ho trovato tante di quelle cose da pormi l’obiettivo di crearne un blog e un podcast, pensieri mai avuti in precedenza.

Nel frattempo ho iniziato a pensare a tutte le cose a cui, per un motivo o per un altro, ho rinunciato e che desideravo da giovane.

Ho iniziato a leggere libri sulla musica elettronica, ne avrò accumulati una quindicina in un mese e di colpo mi sono ritrovato in casa due giradischi, due console digitali professionali, due mixer, sei casse professionali, 600 dischi e qualche centinaio di euro di file musicali acquistati on line su Beatport.

Mi stavo piacendo di più e quindi mi sono iscritto ad un corso per Dj, ove ho conosciuto Fabio Villanis, il mio insegnante, AR per la Full Time Records di Roma e Riccardo Sada, giornalista per alcune testate importanti quali Danceland e DJ Mag e autore dello straordinario E. D. M. E Dio Mixa, che mi ha poi intervistato per Danceland e con i quali abbiamo avviato interessanti collaborazioni.

Continuando a mescolare la mia vita reale con quella digitale…

Un’altra cosa a cui rinunciai durante gli anni di gioventù, quelli che mi hanno fatto innamorare della notte e sono serviti a costruire la mia carriera, è stata l’università.

Pensandoci bene, ho deciso di riprenderla, e al fine di comprendere quale fosse il mio percorso ideale, mi sono rivolto ai libri di comunicazione che stavo leggendo per realizzare il blog e il podcast.

Mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione, indirizzo Comunicazione Istituzionale d’Impresa.

Nel farlo, mi hanno riconosciuto gli esami della mia precedente carriera universitaria a Giurisprudenza, e un buon numero di crediti per i miei studi F&B e per la carriera lavorativa, l’equivalente di metà percorso accademico.

Nel concatenarsi di queste riflessioni, domande e risposte, individuazione di visione e missione personale, azione, soddisfazione personale, nuovi stimoli, ispirazioni, progetti, attività analogiche e digitali, ho imparato a conoscere un nuovo modo di affrontare la vita.

Un modo che attraverso l’impegno a raggiungere gli obiettivi, mi sta convogliando verso un mondo migliore, quello in cui voglio vivere felicemente.

Questo mondo è fatto di bartender che si fermano a riflettere, si fanno domande alle quali cercano di rispondere dandosi degli obiettivi di azione volti a raggiungere il loro mondo migliore in cui vogliano vivere.

E che sia veramente un mondo in cui nessuno venga lasciato indietro, venga aiutato a fare lo stesso percorso di crescita.

Una forza fatta di uomini e donne all’insegna della multi-generazionalità, dove la relazione mentore/apprendista si fonda creando un insieme di informazioni ideali per far crescere il gruppo a livello professionale, morale e passionale.

Saremmo veramente immersi nel nuovo millennio, in modo del tutto inclusivo, più propositivo e veramente rivolto al progresso della società, all’insegna dell’inseguire il proprio mondo felice, acculturato, analogico e digitale.

Si, un mondo On Life o, meglio, Phygital.

E allora, viva la Phygital…..

RICCARDO ROSSI

Una premessa necessaria: non voglio che passi un messaggio sbagliato, noi ci rendiamo conto che è in atto, ormai da un anno, una pandemia mondiale e siamo a conoscenza delle migliaia di vittime che questo Covid si trascina dietro ogni giorno, ma come settore ci sentiamo penalizzati inutilmente. Dico inutilmente perché io ero uno di quelli a favore di un altro lockdown totale a ottobre: tre/quattro settimane fatte bene stile marzo 2020 invece delle aperture a singhiozzo prima e delle zone colorate poi. Ci hanno fatto chiudere prima a mezzanotte, poi alle ventidue, poi alle diciotto, poi sono nate le fasce di colore e ogni settimana rimanevi in attesa di capire se il lunedì dopo saresti riuscito a rimanere aperto oppure no. Il Natale “rosso” ma con la possibilità una volta al giorno di uscire per visitare qualcuno.  E poi per cosa? Non mi sembra che i contagi siano scesi, però si continuavano a vedere centri commerciali, piazze, via del centro e negozi di vario genere stracolmi di gente. Un’altra dimostrazione arriva dall’estate 2020: è vero che ci siamo fatti prendere un po’ troppo la mano con la voglia di libertà, però i contagi erano comunque sotto controllo. Quand’è che sono aumentati di nuovo? A settembre/ottobre, con la riapertura di alcune attività tra cui, ahimè, la scuola. Quindi o è vera la favoletta che qualcuno ci aveva raccontato, quella che il Covid sparisce con la bella stagione, o forse non siamo noi gli untori.


Io credo che i locali, quelli che lavorano rispettando le regole, siano alcuni dei luoghi più sicuri dove trascorrere il tempo durante questo periodo di pandemia. Distanziamenti, mascherine obbligatorie, igienizzanti per le mani in ogni dove, sanificazione di tavoli, sedie ecc. Sapete cosa è successo quando giorni addietro eravamo in zona arancione? Che le persone uscivano comunque, compravano da bere (soprattutto nei minimarket) e si riversavano a bere in piazza. Quella antistante Freni era piena come se il locale fosse aperto. Oppure le riunioni dentro le abitazioni private: a Capodanno bastava aprire le stories di Instagram per vedere festini degni del miglior film di Vanzina. Non era meglio far stare queste persone in un ristorante o in un locale qualsiasi con qualcuno che impediva loro di fare come gli pareva?
Ovviamente chi non rispetta le regole imposte è giusto che venga punito senza però assistere alla caccia all’uomo alle quale ho assistito, anche a nostre spese, l’estate scorsa.
Forze dell’ordine venivano con l’intento di punire, al di là se eri in regola o no, tanto qualcosa la trovavano; cosi ho vissuto dei mesi nei quali quasi speravo che a Freni non venisse troppa gente così da stare più tranquillo in caso di controllo. Mi dispiace dirlo, ma le autorità anziché stare dalla nostra parte ci hanno remato contro, invece di aiutarci a mantenere il controllo nelle strade; venivano a multarci per i motivi più disparati e spesso anche in contrapposizione tra loro.

Lo so che non deve essere facile gestire questa situazione, e so benissimo che il settore dell’ospitalità non se la passa bene anche nel resto del mondo, ma non riesco a capire come, seguendo delle regole chiare, non si possa andare avanti piano piano.
Stabilire delle regole magari confrontandosi con le associazioni di settore, punire chi non le rispetta e lasciar lavorare chi lo fa: sembra semplice, no?
Ma quello che credo ci meritiamo più di ogni altra cosa è la chiarezza: non è possibile che i nostri destini cambino di settimana in settimana. La cosa che più mi distrugge è non riuscire ad avere una programmazione. Ogni volta che con i miei soci pensiamo ad una soluzione per andare avanti poi ci facciamo sempre la solita domanda: e se tra una settimana ci richiudono? Non si può andare avanti così!

Stefano Gallarani

Stefano Gallerani è nato il 4 ottobre del 1975 a Roma, dove vive lavorando in televisione. Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Alias», supplemento letterario de «il manifesto», “l’Unità”, “Il Mattino” e “Playboy”. Collabora con le riviste «Il Caffé Illustrato» e «L’Illuminista». Altri contributi sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, «Alfabeta2», «Il Giannone», «Allegoria» e «Reportage». Nel 2014 ha pubblicato “Albacete” (Lavieri). Il suo ultimo libro. “A Buenos Aires con Borges” è uscito nel giugno scorso per i tipi di Giulio Perrone Editore. 

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