Un sardo alla scoperta dell’arte russa del tè
- Gavino Ricci e il tè russo
- La sua grande passione per la Russia lo spinse ad affrontare un viaggio
- “Un viaggio in Russia a volo d’uccello”
- Pietroburgo
- La letteratura di viaggio ottocentesca
- Il tè in Russia
- Storia del tè in Russia
- Anton Chekhov racconta molto bene le condizioni poco confortevoli di viaggio lungo “l’infernale” ed unica “via Siberiana”
- Le coltivazioni ed il commercio del tè russo
- La maison de thé di Sergej Perlov
- Il Samovar
- La Manifattura Imperiale di Porcellane
- La cerimonia del tè russa
- Le varietà di tè e gli infusi d’erbe
Gavino Ricci e il tè russo

L’avvocato Gavino Ricci Agnesa nacque a Sassari nel 1846. Fu il fratello maggiore di Antonio Ricci Agnesa, colui che ,insieme a sua moglie Lucia Manunta Martinez, edificò il villino Ricci, dimora assai particolare e conosciuta collocata nel centro di Sassari.

Gavino viaggiò moltissimo e fu particolarmente attratto dall’oriente( Giappone e Russia i suoi principali interessi) da cui riportò in Sardegna numerosi oggetti. Fu anche un appassionato bibliofilo e lascio alla sua morte una nutrita raccolta di testi che spaziano tra le tematiche più disparate.
La sua grande passione per la Russia lo spinse ad affrontare un viaggio
Raggiunse Venezia e poi passando per Vienna e la Polonia giunse infine in Russia.
Decise nel 1905 di raccogliere in un libro , dal titolo “Un viaggio in Russia a volo d’uccello”, la sua esperienza di viaggio, che per l’epoca assumeva contorni epici, e le sue considerazioni da questo scaturite.
Il viaggio si svolse in compagnia del suo amico l’ingegnere ferroviario Stefano Macchini.

Lo scritto è corredato da una serie di belle illustrazioni a china che evidenziano momenti particolari dell’esperienza di viaggio.
Molti i riferimenti gastronomici relativi alla Russia e tra questi interessanti pagine dedicate al tè e alla sua cultura nella Russia dell’epoca
Gavino morì celibe a Roma all’età di 66 anni.
“Un viaggio in Russia a volo d’uccello”

Il libro ha suscitato curiosità in molti all’epoca ma anche al giorno d’oggi: è stato anche oggetto di una tesi di laurea discussa da Pietro Dalmazzo presso Alma Mater-Università di Bologna.
“Un viaggio in Russia a volo d’uccello, pubblicato nel 1907 a Torino dalla società tipografico-editrice nazionale, fa riferimento ad un viaggio compiuto dall’autore alcuni anni prima sotto il regno di Nicola II.
Ricci, come ammesso da lui stesso nelle prime pagine del testo, ha viaggiato molto nella sua vita, traspare dal suo scritto un’ideologia politica vicina alla monarchia piuttosto che agli slanci liberali e democratici.
Il suo viaggio parte da Venezia, passando per Vienna, la Polonia ed arrivando infine in Russia. L’opera è piuttosto articolata, e non è avara di descrizioni ed excursus su ogni luogo visitato dall’autore. Il libro ci fornisce espressioni, dati, racconti, descrizioni.
Viaggiando verso Pietroburgo, Ricci, non può esimersi dal raccontare brevemente e a grandi linee, senza pretese, come ammesso da lui stesso, la storia dell’impero russo, dalle sue più antiche origini ad oggi.
Pietroburgo
A proposito della fondazione di Pietroburgo, le cui fondamenta furono gettate intorno al 1703, in seguito ad una vittoria sulla Svezia Ricci scrive: “Nello erigere un punto di difesa contro questi, si aprì una finestra, una porta all’impero verso l’Occidente.
Dove prima non scorgevansi che impure profonde paludi, sterili malsane regioni, ed alcune capannuzze di pescatori, dove prima era un covile di lupi ed orsi, Pietro il Grande, forzando la natura, lottando contro innumerevoli, enormi ostacoli, fece sorgere un paese popolato d’uomini che presto diventò una fiorente, gigantesca città.
Qui, senza Pietro I che, vincendo la Svezia, riuscì a costruire Pietroburgo, la Russia sarebbe rimasta isolata, senza l’Occidente”. La visione in Ricci assume un aspetto leggermente più fine, e non diretta verso la differenza tra civiltà e barbarie, ma lascia al lettore il compito di compiere tale sforzo concettuale. Fornisce però un’utile e breve descrizione del territorio sul quale venne costruita Pietroburgo. Se senza Pietroburgo, ispirata al gusto occidentale, la Russia secondo l’autore sarebbe rimasta isolata dall’Occidente, d’altra parte bisogna sottolineare come da un lato l’imperatore da un luogo che per le sue caratteristiche naturali non aveva nulla da offrire, se non insidie e pericoli, riuscì a creare una città meravigliosa, tra le più grandi d’Europa. Dall’altro questo sforzo può leggersi come una metafora dell’intera Russia, che presa dalla barbarie, tramite grandissimi sforzi venne portata ad essere a contatto con l’Occidente, con qualcosa che può essere capace di civilizzarla.
Tale lettura era già radicata nelle narrazioni in proposito della Russia, con linguaggi ed immagini simili. In secondo luogo per il collegamento con l’occidente, ossia per Ricci riferito agli svedesi”
La letteratura di viaggio ottocentesca
L’Orientalismo europeo “non è l’Oriente; è una creazione degli scienziati, scrittori, filosofi e altri europei interessati a portare la cultura e le usanze dell’Oriente nella propria quotidianità. E’ la tendenza del gusto a imitare e riprodurre ciò che è proprio dei paesi orientali”
Il termine “orientalismo” fa riferimento ad una corrente che nel corso del diciannovesimo secolo si specializzò nel raffigurare il panorama di viaggi d’esplorazione e studio in Medio Oriente, Nord Africa e Asia Occidentale, sia in una versione reale ma anche più immaginifica.
Nell’Ottocento “il viaggio” cambia: siamo all’inizio del turismo di massa, dove sempre più persone, non solo ricchi e nobili, si mettono in viaggio.
La prima compagnia di viaggi viene fondata nel 1841 da Thomas Cook che organizza viaggi più semplici ed economici.

Nascono le prime guide (pubblicate dal tedesco Baedeker e dell’inglese Murray).La letteratura di viaggio acquista connotazioni sempre più letterarie, con gli autori che esplorano aspetti antropologici, storici e personali del viaggio.
La letteratura di viaggio, detta odeporica, ha uno sviluppo nel XX secolo con autori quali D.H. Lawrence, G. Greene. In Italia A. Moravia, G. Parise e A. Arbasino.
Anche altri autori sono particolarmente interessanti quali Chatwin,Theroux, Terzani, Rumiz e Jack Kerouac.
Il tè in Russia

“Avevo bisogno di bere molto tè, perché non potevo lavorare senza. Il tè risveglia quelle opportunità che sono latenti nell’anima mia”.
Tolstoy
Anche se il tè evoca alla mente i paesi dell’estremo oriente, in Russia questo rappresenta un rito ed una parte della vita quotidiana di moltissime persone.
Sembrerebbe che almeno l’82% della popolazione lo consumi quotidianamente.
Il tè è una fonte di minerali e altri nutrienti che integra la dieta alimentare russa ed è usato come una risorsa a basso costo, inteso come un vero e proprio cibo più che come una bevanda.
E’ credenza popolare che le persone si mostrino in maniera davvero autentica solo davanti ad un buon tè.
Storia del tè in Russia

La vera usanza di bere il tè cominciò con Pietro il Grande: fu a Mosca, che il tè divenne una vera tradizione della tavola russa.
La Russia aveva cominciato a conoscere il tè dal XVII secolo.
Prima di questo periodo veniva bevuta una bevanda d’origine Slava, lo sbiten,
Questa bevanda calda è composta da erbe e spezie, a volte, anche da marmellata.
E’ considerata una bevanda molto vitaminica con proprietà toniche e terapeutiche.
Può contenere una base alcolica e può essere bevuta fredda o calda, come il nostro vin brulè.
Lo sbiten veniva preparato con lo sbitennik, che si può considerare il precursore del Samovar: è una sorta di un bollitore che poggia su supporti

Nel 1616 lo zar inviò due cosacchi alla corte del principe mongolo Altin Khan: questi furono i primi ad assaggiare per prima il tè.
Il tè arrivò in Russia, intorno al 1638, quando l’ambasciatore Vassili Starkov consegnò allo zar Michele III Romanov 64 kg di tè.
I russi non mostrarono inizialmente molto interesse per Il dono del principe mongolo Altin Khan.
A partire però da questo anno prese il via per il tè una storia ricca e variegata che si protrae fino ai nostri giorni.
il tè è attualmente considerato la bevanda nazionale russa, una delle bevande più diffuse del paese, venendo strettamente associata con la cultura tradizionale
Nel 1679, durante la dinastia Qing, venne stipulato un contratto commerciale con la Cina,per far arrivare tè e porcellane attraverso le vie carovaniere.
Si trattava di un viaggio molto articolato, ciò rese il tè un prodotto molto caro, destinandolo solo alle classi alte.
In quegli anni in Siberia avvennero scontri tra l’impero zarista e quello mancese che portò a siglare, nel 1689 la pace di Netchinsk.
Questo trattato consentì la continuazione dell’importazione di tè dalla Cina.
Il trattato fu voluto dallo zar Pietro il Grande: sanciva l’unione della Siberia alla Russia istituendo la nuova via carovaniera. Una complessa rete commerciale, la “Via Siberiana del tè“, connetteva la Russia alla Cina.

Anton Chekhov racconta molto bene le condizioni poco confortevoli di viaggio lungo “l’infernale” ed unica “via Siberiana”
Si legge ne L’Isola di Sachalin di A. Čechov
… è pressoché l’unica arteria che congiunge l’Europa alla Siberia. E sarebbe proprio lungo quest’arteria – così almeno si afferma – che la civiltà fluirebbe in Siberia! Certo, se ne dicono parecchie, ma se ci sentissero i vetturini o gli impiegati postali, oppure questi concittadini fradici e infangati che affondano nella melma fino al ginocchio per trasportare il tè in Europa, chissà che cosa penserebbero dell’Europa medesima della sua sincerità! A proposito, guardate questo convoglio. Una quarantina di carri carichi di casse di tè, incolonnati lungo il terrapieno…Le ruote sprofondate a metà nei solchi, una lunga fila di ronzini scarni con il collo teso…
Nel 1706 venne istituito, da Pietro il Grande, un decreto che impediva ai commercianti non autorizzati il commercio a Pechino. La città di Kyakhta, nella attuale Repubblica autonoma della Burazia, in Siberia, era l’unica sede di scambi tra la Russia e la Cina.
Il tè proveniente da Pechino, scambiato con le pellicce, viaggiava per mezzo di carovane di cammelli che impiegavano sedici mesi. Nel 1712 la capitale venne trasferita da Mosca a San Pietroburgo : comparvero le prime sale da tè.
Fu sempre in quel periodo che il tè fece la sua comparsa in Scandinave e nell’Impero Asburgico.
Nel 1736 Caterina la Grande regolarizzò il mercato del tè, e alla sua morte nel 1796 la Russia importava circa 1’500 tonnellate di tè via carovane di cammelli.
Il tè viaggiava sotto forma di foglie sciolte ma anche di panetti.
il prezzo cominciò così a scendere fino a tenerlo abbordabile anche per le classi medio-basse.
Lo zar Alessandro quando si recò a Parigi nel 1814 fece conoscere ai francesi il “tè alla russa“: un tè rosso cinese con una leggera affumicatura che conquistò i salotti parigini.
Honoré de Balzac in occasione di un suo viaggio a San Pietroburgo, nel 1843, ne acquistò una grandissima quantità.
Le coltivazioni ed il commercio del tè russo

Il ruolo dei russi nell’approvvigionamento del tè è legato anche alla lavorazione diretta sul posto.
Nel 1872 fu aperta una fabbrica nel Fujian ove il tè nero di minor pregio o di scarto da altre lavorazioni veniva pressato in mattonelle. Questo tipo di tè aveva un basso costo, donando inoltre, una volta sbriciolato, un infuso forte e intenso molto adatto per essere infuso più volte, secondo la procedura in uso con il samovar.
L’iter della Russia nella diffusione del tè si svolge in maniera opposta rispetto alla Cina: dopo secoli dedicati al consumo decidono di dedicarsi alla coltivazione.
Nel 1893 in Georgia viene piantato il primo “giardino” ed ancora oggi questa produzione delle montagne del Caucaso ha un ruolo molto importante nel panorama mondiale.
All’inizio del ‘900 nasce in URSS il “comitato centrale del tè” con l’obiettivo di regolarne la coltivazione nei territori sovietici.
Le zone individuate furono quelle montuose tra il Mar Nero e il Caspio pur mantenendo sempre aperte le vie commerciali con la Cina.
Anche al giorno d’oggi la Russia ed il Medio Oriente sono i principali importatori di tè cinese.
La maison de thé di Sergej Perlov
Fu nell’epoca di Caterina II che un ricco mercante, Sergej Perlov, realizzò una “maison de thé” per il commercio di tè e caffè.
La famiglia Perlov aveva iniziato la sua attività nel XVII secolo, con un piccolo banco itinerante di vendita finendo poi per realizzarne l’importazione.
L’azienda familiare avrebbe poi assunto una posizione di leader nel mercato del tè, del caffè e della cioccolata in Russia.
Divenne fornitore ufficiale della corte reale russa e imperiale austriaca, rumena e del Montenegro.
La casa venne realizzata nel 1890 e fu poi nel 1896 ,in occasione della visita di un ambasciatore cinese inviato a Mosca per l’incoronazione di Nicola II, che assunse l’aspetto di pagoda che conserva ancora oggi.

L’intero edificio era in stile cinese: la bandiera sventolava all’esterno, i commessi vestivano camicie rosse e gialle.
Ornamenti e arredi cinesi di ogni tipo decoravano il negozio rendendola un angolo di Cina a Mosca che i moscoviti apprezzarono particolarmente frequentandola assiduamente.
Nel 1997 venne restaurata ed ancora oggi vi si possono gustare tè e trovare miscele pregiate spesso rarissime.
Le varietà proposte giungono dalla Cina, da Ceylon, dall’India, dal Kenya, dall’Inghilterra ed anche ovviamente dalla Russia, come il famoso tè della regione di Krasnodar.
E’ possibile poi acquistare le tradizionali marche russe: May Tea (il Tè di Maggio), la Staraya Moskva (L’antica Mosca), o i Three Indian Elephants (I Tre Elefanti Indiani).
A cominciare dalla fine del XIX secolo il crescente utilizzo del trasporto su rotaia fece pian piano decadere il trasporto con i cammelli.
Il completamento del primo tratto della ferrovia Transiberiana nel 1880 consentì un trasporto molto più rapido: si passò dai diciotto mesi a una settimana.
Nel 1905 si interruppero i trasporti via cavallo e nel 1925 la carovana cessò di essere l’unico mezzo capace di percorrere l’intera tratta del tè.
All’inizio del XX secolo per ragioni commerciali la Russia smise gradualmente di importare tè direttamente dalla Cina, preferendo acquistarlo da Odessa o da Londra.
Nel 2000 l’importazione di tè in Russia ammontava a circa 162 000 tonnellate.
Il Samovar

“In un altro banco, all’uopo preparato, s’erge un Samovar monstre, dal ventre buddico, da cui riflettono tutte le luci del salone; lo si direbbe un vero monumento sepolcrale per la sua forma d’urna colossale, dal color rosso-cupo del rame lucente, un gran catafalco nel mezzo d’una chiesa, circondato da sacerdoti… da una siepe umana, tutta intenta ad assaporare la riscaldante, bibita preferite dai più, perciò tonica, riscaldante , ed alla portata di tutte le borse, sebbene a me con tutti questi meriti faccia l’effetto di un decotto malvaceo lenitivo! da “un viaggio in Russia” G. Ricci
Il samovar è uno degli “oggetti simbolo” della tradizione del tè in Russia, simbolo di accoglienza e ospitalità,
Al contrario di quello che spesso si crede, questo è solo un peculiare bollitore.
L’acqua bollente contenuta, detta kipjatok, è poi usata per diluire, direttamente in tazza, un tè molto concentrato, detto zavarka, contenuto in una piccola teiera posta sopra il samovar.
Nel contesto domestico occupa sempre un posto in vista nelle stanze dedicate all’accoglienza degli ospiti.
Nel contesto familiare il samovar ha sempre fatto parte del corredo delle spose, tramandato di generazione in generazione.
La sua origine in realtà si ipotizza non sia russa ma cinese, importato da Pietro il Grande.
Secondo altre ipotesi potrebbe invece avere origini in Olanda, prodotto successivamente nelle fabbriche dell’industriale Demidov negli Urali.
Intorno al XVIII secolo a Tula, piccolo borgo a sud di Mosca, l’armaiolo Fjodor Lisitsyn, cominciò a produrre in larga scala il Samovar, Tula divenne così la città del Samovar.
Anticamente veniva riscaldato con fuoco di legni particolarmente profumati, oggi invece è per la maggior parte riscaldato elettricamente.
E’ prodotto in molte varianti: a urna, a cratere, cilindrico, a sfera, liscio o finemente decorato ed in varie dimensioni: da un minimo di circa 3 litri fino a 30 litri di portata.
La Manifattura Imperiale di Porcellane

Fino al 1744 i russi per bere il tè usavano dei bicchieri di vetro o di cristallo con il manico. In seguito l’imperatrice Elisabetta Petrovna fece fondare la Fabbrica Imperiale di porcellane di San Pietroburgo.
Tra il 1793 e 1796 Caterina la Grande, principessa tedesca che aveva sposato lo zar Pietro III, si sostituì a lui nel governo del paese con l’appoggio di una parte della corte.
Persona colta e vivace manifestò la sua attenzione alla cultura europea anche nelle porcellane.
Le abitudini europee entrarono sempre di più nella corte russa: il tè divenne quindi famoso come lo era diventato in Europa tra la nobiltà e le classi agiate.
Caterina riorganizzò la “Fabbrica Imperiale di porcellane di San Pietroburgo” ribattezzandola in M.I.P. “Manifattura Imperiale di Porcellane” che produceva solo porcellane di altissima qualità a favore dell’Impero.
La cerimonia del tè russa

“A lato del samovar, in posizione un po’ sollevata, tra un fascio di luce, quasi sempre, vezzose fanciulle, vere rose incarnatine tea, che si direbbero spiccate appena dal cespo, servono con gentilezza ed affabilità senza pari la bevanda di color giallo-ambra, che spande nell’aria un delizioso aroma.
Sembran quelle donzelle adorabili divinità sull’ara della bellezza!
Per me il ristorante della stazione di Wilna è uno dei migliori per vastità, ricercatezza e sontuosità.
Camerieri e garzoncelli, in abito nero e cravatta bianca, andavano e venivano, portando delle zuppiere fumanti, delle fette di roast-beef, delle porzioni di pesce natante in salsa verde, dei fagiani, delle beccaccie, delle tazze di thé con pezzi di zucchero e limone, paste, sandwichs, frutta, sigari, ecc.”
da “un viaggio in Russia” G. Ricci
Il samovar è il fulcro dell’intera cerimonia russa, detta čaepitie, che non prevede precise regole ma un’accoglienza fatta per favorire la condivisione e il dialogo tra i partecipanti.
Il tè tradizionalmente veniva sorseggiato tenendo tra i denti una zolletta di zucchero ora invece si usa il normale zucchero che viene sciolto nel tè.
“Con un bicchiere pieno di tè e una zolletta di zucchero in bocca, è l’estasi.
Scrisse Aleksandr Puškin”
Durante la cerimonia il samovar è collocato al centro della tavola ove viene preparato nella piccola teiera l’infuso concentrato.
Il tè è solitamente usato è un cinese rosso (scuro ossidato)
Il “liquore” ottenuto, lo zavarka, ha un sapore molto forte e deciso e per questo che viene diluito con l’acqua calda: lo si mescola, si chiude la teiera e lo si lascia riposare per cinque minuti. Trascorso il tempo necessario ogni tazza è riempita con una piccola quantità di zavarka e con l’acqua bollente del samovar.
Per Il suo sapore molto intenso lo si accompagna con qualcosa di dolce per bilanciarne l’astringenza.
Negli anni gli abbinamenti sono diventati sempre più variegati: una fettina di arancia o limone, con miele, anacardi, marmellate e il baranka, pane tipico simile a una ciambella.
Questa abitudine risale alla dinastia cinese Tang in cui il tè si beveva con varie aggiunte di frutta o verdura e spezie.
In Russia quando i viaggiatori si fermavano nelle stazioni di posta per cambiare i cavalli, bevevano del tè per scaldarsi a cui aggiungevano del limone.
La peculiarità del čaepitie, la ritualità russa, risiede innanzitutto nella ricchezza della preparazione della tavola.
Nel passato si usava servire grandi quantità di cibo, sia dolce che salato: durante l’evento di durata molto lunga prevedeva si bevessero anche molte tazze di tè.
Ancora oggi dobbiamo immaginare un invito per un tè come un a partecipazione ad una cena.
La cosa più importante in un čaepitie, oltre alla soddisfazione gustativa, è il rapporto che si va a creare tra le persone, le lunghe conversazione sugli argomenti più svariati.
il tè in Russia viene bevuto bollente: anticamente c’era l’usanza di versarne un po’ nel piattino per farlo raffreddare come si può ritrovare in alcuni dipinti.

Il Samovar e la sua atmosfera di calda intimità sono stati evocati dai più grandi scrittori russi da Dostoevskij a Tolstoj.
Le varietà di tè e gli infusi d’erbe

Tra le qualità più diffuse c’è il tè verde, ma soprattutto il tè scuro ossidato, di provenienza cinese, indiana o di Ceylon che abbia la caratteristica di donare un “liquore” intenso ma non amaro.
Diffuse anche miscele leggermente affumicate oppure con un’aromatizzazione a base floreale o agrumata.
Prima che il tè giungesse in Russia si beveva, oltre al già citato sbieten, un infuso chiamato Ivan Chaj ottenuto dalla pianta del camenerio, dalle molte proprietà benefiche e diffuso ancora oggi.
Esistono poi ancora numerose altre infusioni: lo zveroboj (iperico, comunemente noto con il nome di erba di San Giovanni); il tè di tavolga; le foglie di smorodina (Ribes nero) note fin dal XI secolo nei monasteri di Kiev e Novgorod; le foglie di brusnika (Mirtillo rosso) considerata la regina dei boschi russi.
Di solito, alle foglie di tè vengono aggiunte fette di frutta o erbe che vengono raccolte personalmente.
La maggior parte dei russi essicca le proprie erbe a casa: un tempo questo avveniva in forno ma al giorno d’oggi questo avviene con l’ausilio di apposito essiccatori.



