Vinitaly: crisi e due bottiglie che indicano nuove vie

A Marzo ritorna "IO VINO"

 

Vinitaly: crisi e due bottiglie che indicano nuove vie

57ª edizione di Vinitaly conclusa il 9 aprile. Circa 4.000 aziende espositrici, 97.000 presenze, di cui il 30% composte da buyers internazionali (dati dell’ufficio stampa Veronafiere).

L’anglicismo dà un tono altisonante a una categoria piuttosto vaga: chissà che non includa anche chi ha comprato solo piadine e notti in albergo, oltre a ristoratori, agenti e distributori. Il “compratore del pallet” è figura in via d’estinzione, i quantitativi minimi d’acquisto non esistono più: si compra il cartone (6/12 bottiglie) con la logica del just in time, non per fare magazzino.

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Questa è il refrain emerso, parlando con produttori grandi e piccoli. E poi, vagando per chilometri nei padiglioni della fiera scaligera, una sensazione comune, percepibile, forte: incertezza.

I dazi (mentre scriviamo mister Trump li ha sospesi) sono solo l’ultima mazzata su un comparto già stremato da quattro anni consecutivi di calo dei consumi pro capite, dall’avanzata di un salutismo militante, da gusti e stili di vita in trasformazione.

Siamo nel pieno di una crisi profonda, di una transizione non più congiunturale ma strutturale.

Eppure, molti sembrano illudersi che si tratti di una fase passeggera, legata a fattori esogeni e transitori: i controlli delle forze dell’ordine, le campagne anti-alcol, l’azione di fantomatiche lobby astemie. Come se bastasse aspettare che passi la bufera per tornare a vendere come prima.

Il mondo è cambiato, bellezze. Le occasioni, i motivi, gli stili di consumo sono mutati.

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Non è più il tempo del racconto, dell’abbinamento, del territorio come mantra.

Parole come “struttura”, “complessità”, “tipicità” sono spente, sbiadite. La comunicazione imperniata su questi aspetti appare invecchiata, inefficace, respingente.

È tornato il dominio dei sensi (grazie a dio, vien da dire).

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Il piacere immediato e chiaramente riscontrabile ha ripreso il sopravvento sulla narrazione. Dentro la crisi, come spesso accade, c’è anche un’opportunità: quella di tornare a sedurre in purezza, col solo vino. La crisi porta con se la chiarifica dalle chiacchiere, la filtrazione delle stronzate.

Si cercano vini leggeri, allegri, capaci di recare vivacità e vitalità, sollievo.

Le parole chiave? Bevibilità, scorrevolezza, piacevolezza.

Il ragionamento non vince più sull’impatto diretto di occhi, naso e palato. Non per caso, anche la moda dei “vini naturali” sembra aver perso smalto: troppa ideologia da deglutire per vincere l’istintiva repulsione del torbido e dell’olezzo.

In questo contesto, conoscenza e coraggio diventano le doti decisive per chi vuole sopravvivere. E magari rilanciarsi.

Tra le decine di calici che ci hanno annerito la bocca e appesantito la mobilità, ne segnaliamo due che sembrano incarnare bene questa le nuove sensibilità.

“Gary” I.G.T. Veneto bianco – Tedeschi

La storica cantina dell’Amarone esce dai binari con un bianco che pare parafrasare in linguaggio enoico la contemporaneità “fluid”: Garganega (84%), Riesling e Chardonnay. Quasi un ossimoro per i boomer come noi, abituati a sezionare il mondo in Chardonnaysisti e Rieslingisti.

In GARY le diverse caratteristiche dei vitigni, assemblati con sopraffino dosaggio, si integrano in una complementarità inattesa, nuova, originale.  Ne vien fuori un vino moderno, fine, succoso, fresco e di struttura adeguata a una ottima versatilità.

Un bianco che sembra un quadro impressionista: fiori, frutti, sassolini, tocchi di seta e gocce di latte. È un Veneto che innova senza perdere identità ed eleganza.

Lucella Barbera del Sannio D.O.P. – Terre Massesi

Giovane realtà con radici profonde, Terre Massesi rilegge la Barbera del Sannio (verso la ridenominazione in Camaiola) con tecnica e visione.

Risultato? Un rosso immediato, vibrante, dalla beva gioiosa e piena. Colore intenso, riflessi violacei cardinalizi, profumi di primavera e rossi fruttini di rovo e giardino, lieve spezia dolce.

Al palato, bacche selvatiche e conferma di frutti rossi polposi, saporiti, croccanti, nota floreale, tannino percepibile ma petaloso. Piacevolezza persistente con invito prepotente al sorso successivo.

Nota a margine (ma non troppo):

Veronafiere, ci permettiamo un consiglio.

Non è utile né piacevole perdersi tra e nei padiglioni. Le mappe dovrebbero servire a orientarsi, non a decorare i muri o ingombrare i viali. Basta poco: un punto colorato con la scritta “SONO QUI” sarebbe un grande aiuto. E se voleste osare davvero, basterebbe prendere esempio da alcune fiere francesi: segnaletica chiara, settori ben evidenziati, percorsi logici. Volentieri vi mostriamo qualche foto, se dovesse occorrervi.

 

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Zang tumb tumb è il rumore del suo passo, del suo cuore e della sua mente. Giornalista, commercialista e docente, ha collaborato con diverse testate giornalistiche (Roma, Sannio quotidiano, giancristianodesiderio.com, Sonar Magazine), scrivendo di enogastronomia, cultura e paesaggi umani. Nel 2019 è stato premiato dal Centro Pannunzio di Torino come finalista del Premio Mario Soldati, sezione enogastronomia, per un articolo sui vini delle Cinque Terre. Nel 2021 ha pubblicato L'ingordo. La gola, il vino, le donne, il piacere e il dolore della forchetta. Ha un blog (www.ilgourman.it) su cui scrive saltuariamente storie ispirate alla sua relazione segreta e pubblica con Irene. È un lettore accanito, cinefilo indefesso e animatore di convivi. Vive con tre donne: Marina, Anna Stella e Marialaura. Insomma, fa… tante cose. Ma tutte con gusto.
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