La moltiplicazione dei corsi di vino: quando l’improvvisazione svaluta la cultura enologica
La cultura del vino vive un’epoca d’oro.
Non c’è mai stato tanto interesse per vigne, territori ed etichette. Assistiamo a una splendida, e per certi versi necessaria, democratizzazione del calice.
Il vino ha finalmente smesso i panni dell’esclusività aristocratica per diventare un linguaggio pop, accessibile e condiviso da un pubblico sempre più trasversale e curioso.
Questa transizione, tuttavia, non è stata priva di effetti collaterali.
La straordinaria ondata di entusiasmo di massa ha generato un piccolo miracolo laico dei nostri giorni: la moltiplicazione geometrica dei corsi di degustazione e delle serate a tema.
Oggi le degustazioni spuntano ovunque, senza sosta e senza filtri protettivi.
Nei salotti privati, nei circoli ricreativi di quartiere e talvolta, con una vocazione quasi mistica che unisce idealmente il sacro al profano, persino nelle sale parrocchiali.
Luoghi nati storicamente per accogliere altri tipi di miracoli, di preghiere e di assemblee scoprono oggi un’improvvisa, quanto bizzarra, vocazione enologica.
Ed è proprio in questi contesti non convenzionali che avviene la trasfigurazione più singolare: tra un tavolo in plastica da sagra paesana e un bicchiere che definire “tecnico” sarebbe un insulto aperto alla vetreria, il semplice appassionato alle prime armi si trasforma, nel giro di un paio d’ore, in un accademico del calice, pronto a dispensare dogmi assoluti su tannini, acidità, legni, filtrazioni e solfiti.
Dalla passione all’anarchia formativa: dove sta il limite?
La creatività e la voglia di fare rete sono valori sacrosanti, sia chiaro.
Nessuno vuole rimettere il vino sotto la teca di un elitarismo polveroso o di un linguaggio per pochi eletti.
Ma esiste un limite invalicabile che separa il sano entusiasmo dall’anarchia formativa.
Spiegare il vino al pubblico non può e non deve ridursi all’atto puramente coreografico di far roteare un liquido colorato nel vetro, elencando poi in modo ipnotico ed autoreferenziale sentori esotici, spezie rare o evocazioni poetiche che lasciano il tempo che trovano.
Il racconto del vino non è una recita teatrale improvvisata sul momento.
Dietro ogni singola bottiglia che arriva sulle nostre tavole si nasconde un ecosistema complessissimo di discipline scientifiche e umanistiche.
C’è l’agronomia e la pedologia, ovvero lo studio profondo della terra, della gestione agronomica della vigna e dell’adattamento dei vitigni ai drastici cambiamenti climatici attuali.
C’è la biochimica, fondamentale per la comprensione millimetrica dei processi di fermentazione, dell’evoluzione dei lieviti e della stabilità chimica del liquido.
Non dobbiamo poi dimenticare la storia dei suoli e la geografia, che tracciano la mappa liquida del terroir e definiscono perché un vino prodotto a cento metri di distanza da un altro possieda un’anima completamente diversa.
Infine, c’è la complessa legislazione enologica, quella giungla burocratica e identitaria dei disciplinari di produzione (DOC, DOCG, IGT) nata per tutelare la nostra biodiversità.
A tutto questo va aggiunta, sopra ogni altra cosa, la fatica atavica di un produttore.
Parliamo di artigiani e imprenditori che investono una vita intera nella terra, che stringono i denti davanti alle gelate primaverili e che letteralmente non dormono la notte se sentono nell’aria l’odore della grandine in arrivo.
Per raccontare una complessità di tale portata servono anni di studio rigoroso, sessioni metodiche di assaggio, continui aggiornamenti e soprattutto esami certificati.
Non possono bastare tre tappi di sughero collezionati nella credenza di casa, la lettura distratta di una guida settoriale e due visite in cantina fatte a Pasquetta, per potersi ergere a docenti e salire in cattedra.
Chi paga il prezzo del “fai-da-te” enologico?
Il rischio di questa deriva è uno solo, ma sistemico: svalutare un intero settore, riducendo l’enologia a un passatempuccio leggero, superficiale e cialtrone, alla portata di chiunque sappia ripetere tre parole chiave a memoria.
Quando la competenza viene diluita e banalizzata, a rimetterci sono proprio i due soggetti che una sana critica e una corretta divulgazione dovrebbero tutelare a ogni costo: i produttori e i professionisti.
I produttori vengono profondamente danneggiati perché il frutto del loro lavoro e dei loro sacrifici viene dato in pasto a narrazioni approssimative, capaci di distorcere il significato reale di un’annata o di un territorio.
I professionisti del settore (sommelier qualificati, critici, docenti ufficiali delle grandi associazioni storiche o del percorso internazionale WSET) subiscono invece una forma di dumping culturale ed economico.
Chi ha studiato per anni, superando commissioni d’esame severissime e investendo ingenti risorse economiche nella propria formazione, si ritrova a competere con la narrazione low-cost dei “maestri del weekend”.
La curiosità dei neofiti non solo è benvenuta, ma rappresenta il futuro stesso del mercato vinicolo.
Senza nuovi appassionati, il settore è destinato a morire.
Tuttavia, la divulgazione e la didattica devono restare saldamente nelle mani di chi possiede i titoli, gli strumenti tecnici e anche i calici giusti.
Il ritorno all’eleganza dei ruoli
La passione è, e deve rimanere, un patrimonio di tutti.
La competenza, invece, no: è un percorso esclusivo che richiede sacrificio, dedizione e una profonda umiltà intellettuale.
Dobbiamo ritornare a una virtuosa ed elegante divisione dei ruoli, dove ognuno fa il proprio mestiere nel pieno rispetto della filiera.
Lasciamo ai docenti certificati la cattedra del vino e la responsabilità di educare il palato delle nuove generazioni.
Ai circoli ricreativi e ai salotti privati lasciamo pure il nobile compito dell’aggregazione e della convivialità spontanea.
Alle parrocchie, invece, restituiamo l’esclusiva sul primo, insuperabile e grande miracolo della storia: quello dell’acqua trasformata in vino.
Lì, almeno, il risultato spirituale ed enologico è garantito fin dall’inizio.
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