Bar e ospitalità ai tempi del covid. Parte 4

Dopo una premessa – https://www.ditestaedigola.com/lospitalita-ai-tempi-del-covid/ – gli interventi di Antonio Parlapiano e Riccardo Rossi – https://www.ditestaedigola.com/lospitalita-ai-tempi-del-covid-parte-2-la-parola-ai-professionisti/ – Valeria Bassetti e Cristian Bugiada – https://www.ditestaedigola.com/bar-e-ospitalita-ai-tempi-del-covid-parte-3/ – e Alex Frezza – https://www.ditestaedigola.com/bar-e-ospitalita-ai-tempi-del-covid-parte-4/ – stavolta la parola passa al genio bucaniere di Giacomo Diamante

Trentott’anni, bolognese di nascita ma veneto di adozione, Giacomo Diamante inizia la sua carriera in cucina per poi passare alla sala e, finalmente, al bar. Riconosciuto formatore e ricercatore, dopo alcuni concept-bar dà vita a “ENJOY! Artigiani del Bere”, azienda che ha nella qualità della formazione il suo punto di forza; con questo marchio, Diamante realizza e apre strutture recettive e bar “estremi” cercando di spingere la consapevolezza del cliente sempre un passo più in là. Pensatore critico, degustatore anarchico e bevitore di vita, con il suo gruppo collabora alla realizzazione di prodotti alcolici e non nel rispetto delle tradizioni; consulente e osservatore attento ai dettagli, ama tutto ciò che è riconducibile al gusto.

GIACOMO DIAMANTE

Diario di bordo del Capitano, pianeta Terra 20 maggio 2021.

Ancora una volta mi trovo a scrivere e pensare come faccio da sempre, e mi trovo a riflettere su una parola che per me è sempre stata un leitmotiv: CAMBIAMENTO.
Quante volte abbiamo sentito questo termine nell’ultimo anno; “devi cambiare prospettiva”, “devi cambiare la tua attività”, “niente sarà più come prima”, “il mondo cambierà dopo questa pandemia”….

Non posso fare a meno di dissentire, sempre e comunque in direzione ostinata e contraria. Per me, il Capitano delle mie aziende, l’uomo dalle mille responsabilità, quello che non dorme mai, l’incompreso, l’anarchico, non è proprio cambiato un bel nulla. Ciò che rimane per ora tra le pagine chiare e le pagine scure è soltanto maggiore chiarezza verso tutte le idiosincrasie del Nostro piccolo mondo. Amicizie frivole, rapporti di lavori basati solo su aspettative e non su dati, valori etici e professionali gonfiati da visibilità social, e tanta tanta paura di essere se stessi.

Ecco questo è uno di quei momenti magici, consapevoli, dove se non conosci la paura o quantomeno la sai navigare ti trovi ad essere sicuro, certo, oltre ogni ragionevole dubbio, di non aver capito un cazzo. Eh sì, perché è proprio così, come diceva quella fantastica canzone: se sei bello, ti tirano le pietre, se sei bravo ti tirano le pietre, ecc. ecc.

Tornando alla Nostra navigazione, sembra di vivere ormai da molti anni come nelle fantastiche avventure del barone di Münchhausen, tutti a raccontare storie mirabolanti, a basare il rispetto professionale su leggende o su temi che nulla hanno a che fare con il nostro semplice lavoro, tutti a cercare aggregazione professionale, quando in realtà non è basata su Intenzione ma su Necessità. Badate bene alle “estreme mie parole”, amo il lavoro che svolgo ormai da tanto ma spesso è complicato, estenuante, un giro d’Italia senza EPO. Molte sensibilità vengono sconvolte e non si ritrovano più, perse tra un Mezcal e un Negroni, si sostituisce l’educazione con la rabbia e la frustrazione e ovviamente oggi in molti pensano che questa pandemia Ci abbia illuminato, resi consapevoli del “volemose bene” che aleggia nel Nostro settore nell’ultimo anno. Ma non è cosi e non lo è mai stato, tra veri professionisti è fondamentale la stima reciproca ma anche la voglia di fare meglio, la voglia di criticare (con gusto), da sempre l’antagonismo e la concorrenza sono argomenti base nel nostro settore. Quanto ci ha fatto crescere e migliorare fino a un complimento davvero sentito che, come una volta, non ha bisogno di essere sfoggiato su un social o detto per tornaconto professionale. Quindi, questo grande cambiamento che ci richiedono i tempi correnti dove sta? Questa matura presa di coscienza della volatilità della nostra “industry” dov’è’? Significa dunque che prima non esisteva? Cioè, negli ultimi anni in Italia e nel mondo non stavamo lavorando tutti meglio? Studiando, insegnando e creando un fantastico movimento di accrescimento personale e professionale? NO.

Il mio modesto e forse controcorrente pensiero è dissentire con pacifica serenità e parlare dal cuore come sempre.
Forse è l’esperienza, forse il luogo da cui vedo le cose accadere ma non è il cambiamento la parola chiave di questa prima pandemia la parola chiave è: SICUREZZA.

La Sicurezza è davvero qualcosa che si insinua tra le meningi, che scende in gola come un rhum a grado pieno. Non è la Sicurezza del lavoro e nemmeno la prospettiva di vita, no: per me la Sicurezza, è sapere che quello che ascolto è la verità; che un rapporto commerciale sia sincero, che il rapporto con i colleghi lo sia altrettanto.

Questo è ciò che mi sembra di aver imparato.
Questo è ciò che percepisco nelle innumerevoli telefonate, nelle lunghe dirette su Instagram, nelle interminabili chat notturne dai miei colleghi, più adulti e più giovani.
Infatti vedo nei colleghi e nella loro ricerca personale, nella loro voglia di avvicinarsi a se stessi, lasciando cadere quei muri stupidi e a volte abitudinari costruiti in anni di fatiche, una voglia diversa. Vedo più partecipazione nei successi altrui quasi come fosse anche salvifico per se stessi. Ecco, sicurezza e certezza, onestà e trasparenza potrebbero essere in piccoli dash l’ingrediente per diventare umami.
La voglia di imitare di buon cuore i successi altrui, la voglia di raccontarsi e sentirsi DAVVERO parte di un gruppo.
Davvero fratelli, davvero rispettosi dei profondi sacrifici e legarci ad una nuova sintonia che non sacrifica nulla all’altare delle bizze giornalistiche o di haters e followers.
Ma non è questo lockdown ad avercelo insegnato, sono decenni che navighiamo alla ricerca di qualcosa che troppo spesso troviamo solo per poco tempo per poi lasciarlo per nuovi lidi.
Non è questo lockdown che Ci ha insegnato la gioia di un lavoro ben fatto, che ci ha insegnato a pulire gli acciai o a restare in piedi nei momenti duri.
Non è questo lockdown che Ci ha fatto sentire soli e poveri e bui e senza speranza.
E’ la scintilla che da sempre ci fa rialzare durante gli infiniti momenti difficoltà e la resilienza che vive nei nostri cervelli a farci percepire così le Nostre vite.

Ecco perché oggi la speranza e l’odore di salsedine sulla nostra pelle coriacea e bruciata dal sole, ci racconta il Nostro passato così come il Nostro futuro.

Quest’anno, se ci pensate bene, è stato utile e addirittura confortante, capire che senza il cassetto quotidiano siamo solo persone, che senza i mille impegni non retribuiti ma realizzati solo per visibilità siamo solo camerieri, servitori, aiutanti, spesso simboli di pace per i nostri clienti, Ci ha riportati sulla terra. Su questa Terra. Fatta di delusioni e sorrisi, di successi e fallimenti e forse Ci ha reso più consapevoli di chi siamo davvero: più onesti più sicuri delle Nostre debolezze, meno arroccati sui nostri punti di vista e, forse, più felici per questo motivo.

Su questa rotta oggi cerco di navigare sicuro come sempre delle mie azioni, più convinto delle mie debolezze, con qualche locale in meno ma con più felicità, più voglia, più fallimenti e dunque più ricchezza.

Una ricchezza che oggi riesco a rispettare di più e risulta meno scontata.

Se ci penso ora, ho i ragazzi sul ponte che si stanno preparando alla prossima tempesta come se fosse la prima, perché più forti e convinti, pappagalli parlanti e barili di rhum non sono più una distrazione, e un coro sale fino al mio studio…

Non prendiamoci per il culo, questo oceano è sempre stato duro, e ogni cicatrice ci riporta a un cliente, ad una vittoria, o quel tesoro trovato su un’isola felice. Siamo tutti un po’ così, nascosti tra lettere di corsa e bucaneria e se ci penso bene la cosa che ci lega è un segreto codice tutto nostro e non sarà l’ennesima tempesta a scardinare il modo in cui concepiamo la Vita.

“Fatti non foste a viver come bruti” In alto i calici.
Salute!

Stefano Gallarani

Stefano Gallerani è nato il 4 ottobre del 1975 a Roma, dove vive lavorando in televisione. Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Alias», supplemento letterario de «il manifesto», “l’Unità”, “Il Mattino” e “Playboy”. Collabora con le riviste «Il Caffé Illustrato» e «L’Illuminista». Altri contributi sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, «Alfabeta2», «Il Giannone», «Allegoria» e «Reportage». Nel 2014 ha pubblicato “Albacete” (Lavieri). Il suo ultimo libro. “A Buenos Aires con Borges” è uscito nel giugno scorso per i tipi di Giulio Perrone Editore. 

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