Fanta Original: storia di un successo nato nella Napoli del dopoguerra 

Fanta Original: storia di un successo nato nella Napoli del dopoguerra 

Fanta Original: storia di un successo nato nella Napoli del dopoguerra

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Introduzione 

Confesso: non amo gli alcolici, non amo le bevande gassate e le soda proprio non mi tentano. Insomma, con il bicchiere non sono esattamente una compagnona.

Eppure c’è un’eccezione che manda in frantumi ogni mia convinzione: la Fanta.

Siccome sono di natura curiosa e mi piace andare a ficcare il naso nelle storie delle cose che amo, oggi vi racconto cosa si nasconde dietro quelle gustose e frizzanti bollicine arancioni.

Altro che storiella: la bibita è stata per anni la più venduta del marchio Coca-Cola.

Quella della Fanta è uno spaccato di vita parallelo ai fatti e misfatti della 2a guerra mondiale, della Germania nazista, di tempi bui, di uscita di scena e di una rinascita all’ombra del Vesuvio.

In fondo si sa che a Napoli, con la nostra innata “fantasia”, siamo capaci di grandi miracoli pure nei piatti e nei bicchieri.

Gli esordi di Coca Cola in Germania 

Siamo nel 1929. Dopo il crollo della borsa americana, la situazione economica in cui versa l’Europa e soprattutto Berlino era drammatica e, nel caso specifico, non fu affatto semplice fare imprenditoria durante il fascismo.

Per capire come nacque la Fanta in Germania bisogna fare un salto in America nello stesso periodo.

L’allora presidente della Coca-Cola Company, Ernest Woodruff, voleva espandere la sua azienda oltre i confini americani e per fare ciò nel 1926, aveva costituito un reparto estero che diventerà poi la Coca-Cola Export Corporation il cui obiettivo era, ovviamente, creare rapporti con i paesi esteri.

 

foto1_Chiosco Coca cola ai giochi olimpici di Amsterdam

 

In poco tempo Woodruff aveva installato impianti per l’imbottigliamento della coca cola in 27 paesi tra cui la Germania.

Il processo era semplice: il paese provvedeva allo zucchero e Woodruff mandava gli aromi della famosa ricetta segreta.

Ed è così che iniziò il boom delle vendite della Coca-Cola in tutto il mondo.

Arriva il 1928 quando Coca-Cola diventa il main sponsor dei Giochi Olimpici di Amsterdam: la scritta della bevanda americana ricopre tutta la città.

La si trova su cappellini, magliette, giornali e pannelli pubblicitari incollati sui muri.

In pratica la compagnia stava contribuendo a plasmare il mito americano nell’ immaginario comune europeo.

 

Woodruff aveva aperto anche una filiale in Germania che nonostante vendesse bene, era mal gestita dal punto di vista finanziario tanto da rischiare il fallimento.

Così arriviamo nel 1933, anno in cui succedono due cose rilevanti: Max Keith, tedesco di nascita, diventa il direttore della filiale tedesca Coca-Cola Gmbh e Hitler sale al potere.

 

In quel momento l’economia tedesca sembrava in risalita grazie anche alle manovre del partito nazista per la lotta alla disoccupazione soprattutto,  investendo nell’industria pesante,  favorendo, così,  la creazione di posti di lavoro.

Keith in quel contesto economico favorevole riesce a risolvere i problemi finanziari della filiale tedesca.

 

foto2_Pubblicita della Coca-Cola alle Olimpiadi di Berlino

 

Farà anche di più: riuscirà a fare diventare la coca cola il prodotto di uso quotidiano in tutta la Germania, grazie anche ad una campagna di marketing così potente da sconfiggere la concorrenza.

Per tenere tutto a galla, però, Keith fu costretto a collaborare anche con il partito nazista.

La Germania divenne il più grande mercato della Coca-Cola fuori dal territorio americano.

A conferma di quanto il brand abbia catturato il popolo tedesco ed oltre, durante le Olimpiadi di Berlino nel 1936, il logo coca cola invase di nuovo le strade di una città europea.

Quell’anno Keith riesce a vendere 1mln di casse di coca cola.

Il piano quadriennale di Hitler e la nazionalizzazione delle imprese estere 

Quello che Keith non aveva previsto fu il piano nazista di investire nelle realtà tedesche a discapito delle realtà estere che avevano investito in Germania come la Coca cola ad esempio.

Di fatto diventarono di proprietà tedesca con il risultato che i rifornimenti dall’America arrivarono meno frequentemente.

Nel 1938 Keith aveva 43 fabbriche operative ed altre 9 in costruzione, cadute tutte in enorme difficoltà per la mancanza degli ingredienti forniti dagli americani.

Nel 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale: dopo l’invasione della Polonia e l’entrata in guerra dell’America nel 1941, i rifornimenti dalla casa madre si stopparono del tutto.

Keith rischia di essere arrestato in quanto legato agli alleati.

Fu grazie alle sue conoscenze politiche che Keith trova posto al governo nell’ufficio delle proprietà nemiche riprendendo il controllo delle fabbriche della Coca Cola anche dei paesi occupati dai nazisti: Francia, Olanda, Belgio e Norvegia.

 

foto3_Pubblicita della Fanta tedesca

 

La nascita della Fanta

Il problema però rimase sempre lo stesso: quello di trovare gli ingredienti per la formula della Coca Cola perché i rifornimenti dall’America erano fermi ed in Germania tutti i beni venivano indirizzati al sostegno della guerra, quindi, era diventato praticamente impossibile trovare le materie prime.

Per evitare il fallimento, Keith inizia a lavorare ad una nuova bibita, insieme al suo team di chimici.

Utilizzando gli scarti degli scarti degli avanzi di mele, marmellate e siero di latte, il team inventa la formula di una nuova soda e per gli aromi Keith fece arrivare dall’ Italia, scarti di uva, limoni e arance.

Il risultato non convince ma Keith nel 1941 fu costretto a mettere in commercio la bibita per evitare il fallimento.

Inaspettatamente, la nuova soda ha un successo molto importante non tanto per il sapore (sarei molto curiosa poterla assaggiare), più che altro perché in molti la usavano per allungare zuppe e stufati.

A renderla famosa furono la mancanza di competitor nel settore ed il suo nome: Fantasie

Tradotto dal tedesco significa immaginazione ed è proprio quello che Keith aveva chiesto ai suoi collaboratori per dare un nome al prodotto.

Di lì a poco fu abbreviato in Fanta, nome più breve, moderno e di maggior impatto pubblicitario.

Il successo fu tale che nel 1943 furono vendute 3mln di casse di Fanta prima che, con  i bombardamenti americani, tutte le fabbriche furono completamente rase al suolo. 

foto4_Presentazione del 1 slogan con il nome Fanta

La resurrezione della Fanta a Napoli 

Qui finisce la storia in Germania e quello che molti non sanno è che la Fanta (quella che più si avvicina al prodotto che conosciamo oggi) è resuscitata nel 1955 a Napoli.

Il Dottor Ermelino Matarazzo, Conte di Licosa, lavorava per la Naples Bottling Company, la società napoletana di imbottigliamento della Coca Cola.

Il conte fondò poi, nel 1955 la Snibeg, Società Napoletana Imbottigliamento Bevande Gassate e riuscì ad ottenere l’autorizzazione dalla Coca-Cola Company per fabbricare una nuova bevanda frizzante.

Una formula tutta nuova dal gusto arancia che gli era stata donata dalla Marchesa Bosurgi, proprietaria di un’azienda di succhi di frutta catanesi.

Quale regione se non la Sicilia poteva conquistare il mondo con le sue arance. La nuova formula non contiene più gli scarti degli scarti ma vero succo di arance italiane.

All’ epoca l’utilizzo di vero succo d’ arancia all’ interno di una bibita gassata fu un vero colpo per il mercato e non solo per quello italiano, permettendo il  successo commerciale della Fanta attraverso la forte campagna pubblicitaria “l’aranciata d’arancia”.

foto5_ Copertina del 45 giri dell’Inno olimpico offerto a Roma da Coca cola

Un altro motivo del successo della Fanta in Italia fu di carattere politico: mentre il Partito Comunista  si opponeva all’egemonia statunitense e criticava il capitalismo americano e la società dei consumi, la Democrazia Cristiana, principale partito di governo, alleato degli Stati Uniti, favorì la crescita economica, la ricostruzione e lo sviluppo dei consumi non basati sul modello americano ma cercando di conciliarlo con la tradizione italiana e cattolica.

E ci riusci.

Di fatto, l’aranciata Fanta non sembrava affatto un prodotto americano ma un prodotto tipico del Mezzogiorno italiano e le Olimpiadi di Roma del 1960 in cui Coca-Cola Company partecipò all’organizzazione, servirono ad ottenere una nuova visibilità del prodotto su scala internazionale.

Fu grazie all’ enorme successo che nello stesso  anno, la Coca Cola Company acquistò i diritti sul marchio della Fanta italiana.

Ne aveva riconosciuto il forte potenziale. Infatti fu proprio l’aranciata a fare da traino per il marchio Coca-Cola, supportando il processo che la porterà in tutti i mercati del mondo.

Nel 1977 viene inaugurato un nuovo stabilimento di imbottigliamento a Marcianise, in provincia Caserta, diventato uno dei principali siti Coca Cola del sud Italia.

foto6_La Ring Bottle

La Ring Bottle

Anche a livello visivo e gustativo Fanta rappresentava a pieno la frizzantezza e la vivacità del brand Coca-Cola, caratterizzata, soprattutto, dal suo gusto dolce amarognolo ed il suo colore brillante.

Qualche anno dopo la bibita cominciò ad essere confezionata nella famosa Ring Bottle, l’inimitabile bottiglia dal vetro zigrinato che ha contribuito a rendere il prodotto riconoscibile su tutto il mercato.

Se negli anni 60’ è 70’ la Fanta ha contribuito allo sprint di Coca Cola, nel 2021 era ancora uno dei prodotti di punta del marchio statunitense.

È venduta in oltre 190 paesi in 70 gusti diversi per venire incontro ai vari gusti locali.

Pensate che uno dei mercati in cui ha meno successo è proprio quello americano: è soltanto all’ 8° posto nella classifica delle bibite analcoliche più vendute.

La percentuale di succo e la normativa italiana 

In Italia, l’evoluzione del mercato e delle normative ha portato a una situazione unica e a recenti significativi cambiamenti nella composizione e nella gamma della Fanta.

Per molti anni la legislazione italiana aveva imposto alle aranciate tradizionali una quota minima di succo superiore rispetto all’estero ossia il 20%.

La Fanta Original commercializzata in Italia presenta una formula specifica diversa: oggi contiene il 9% di succo di arancia più un 3% di succo di limone sempre da concentrato.

Proprio a causa della normativa, sul packaging italiano non c’è più la dicitura “aranciata” ma “bevanda analcolica gassata al gusto di arancia”.

Nonostante la riduzione della quota di arancia pura del passato, la ricetta italiana si distingue, storicamente, da quella di altri paesi europei o americani, per l’uso esclusivo di aromi naturali ed estratti vegetali (come i caroteni per il colore) al posto di coloranti ed aromi artificiali.

foto7_Fanta arancia rossa e Fanta limonata

Tra i gusti e le varianti disponibili sul mercato italiano, voglio ricordare due dei miei preferiti: la Fanta limonata che contiene il 12% di succo di limone di Siracusa IGP concentrato, e la Fanta all’arancia rossa di Sicilia IGP che invece raggiunge il 20% di succo, a dimostrazione del forte legame con le filiere agricole del Mezzogiorno.

La Fanta negli States

La prima volta che andai a New York, ricordo perfettamente la triste sensazione che provai bevendo una Fanta.

Era molto zuccherata con un retrogusto chimico e amaro, quasi pungente al palato.

D’istinto guardai l’etichetta sulla bottiglia ed era chiaramente indicato “conteins no juice” niente succo d’arancia: che delusione.

Invece del comune zucchero, negli States utilizzano lo sciroppo di mais che sappiamo ad alto contenuto di fruttosio.

Il colore era di un arancione acceso, quasi fluorescente, ovviamente, perché ottenuto artificialmente con l’uso di coloranti sintetici ossia Yellow6 e Red40.

 

foto8_Pubblicita della Fanta italiana negli anni 60′

 

In Europa questi due coloranti sono fortemente limitati e richiedono specifiche avvertenze sulle etichette, motivo per cui, nel mercato europeo, si usano piuttosto estratti vegetali come i caroteni.

A chiederci perché la Fanta è poco popolare oltreoceano.

Vero è che la Coca-Cola Company ha dovuto adattare la formula della Fanta a seconda delle disponibilità delle materie prime agricole di ciascuna regione o paese.

In America Latina, ad esempio, la bibita contiene una percentuale di succo d’arancia intorno al 10% e si distingue per l’uso esclusivo di puro zucchero di canna che conferisce alla Fanta un gusto ben diverso da quello statunitense.

Il Giappone: la terra degli esperimenti estremi 

Il marchio Fanta ha lanciato negli anni centinaia di varianti regionali ed edizioni limitate particolarmente in Giappone, sperimentando ricette e combinazioni a dir poco insolite ed incredibili.

foto9_Una delle Fanta Mystery

 

Una fusion tra la cultura dei distributori automatici locali e ingredienti impensabili per una soda, ha dato vita a:

Fanta allo yogurt e gelatina di pesca, al melone e latte, al melone verde, al litchi, all’uva, alla fragola bianca, alla mela Golden tanto per citarne alcune.

Poi arriva la Fanta Mystery una limited edition che ha toccato picchi storici proprio perché legata ad ingredienti misteriosi che bisogna indovinare:  dolci da forno o mix di  erbe aromatiche, ad esempio, che hanno dato alla Fanta palette di colori insoliti e sgargianti.

Il Mood? “What the Fanta?” una sorta di gioco comunitario che ha saputo conquistare un pubblico giovane, curioso e affascinato.

Anche il packaging non è rimasto a guardare: nel 2004 fu lanciata la Bottle Can, in alluminio, da 300ml, a forma di una bottiglia “cicciottella”, con un tappo a vite.

È la più usata tra i giovani, regina dei distributori automatici e oggetto cult ormai da collezione.

foto10_ La Bottle Can

Insomma, la storia della Fanta resta oggetto di studio, è affascinante, in continua evoluzione e non sembra volersi fermare.

È un orgoglio per noi poter dire che tutto iniziò a Napoli, con la benedizione di San Gennaro.

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Mi chiamo Angela D'Esposito, meglio conosciuta come "Chef Angelina" e ribattezzata “larockchef” dai miei ragazzi di brigata visto che senza rock and roll la mia linea non sarebbe la stessa cosa. Classe 1968, napoletana doc, a 20 anni, con una valigia piena di sogni e tanta curiosità, decisi di varcare il confine per scoprire le bellezze del mondo. Nel 1990, fui una delle prime donne ad integrare una brigata di cucina (prevalentemente maschile) in quel di Parigi, indossando una giacca corazzata di coraggio e perseveranza. Sono fiera di poter dire che ho alle spalle una brillante carriera, completamente costruita da autodidatta, con passione e sacrificio. Ho portato in giro per il mondo la cucina napoletana e le bellezze enogastronomiche del nostro bel paese. Per questi moviti, amo talmente il mio lavoro e rispetto talmente chi come me esercita la professione di cuoco che non amo quelli che considero gli “usurpatori del food”. Essere cuoco è una missione; regaliamo momenti di benessere a tutti coloro che si siedono alla nostra tavola ai quali dobbiamo rispetto, professionalità e sincerità, aspetti sempre più rari in una società dove la visibilità e i falsi riconoscimenti per carriere inesistenti, hanno preso il posto delle competenze e dell’onestà verso il pubblico. Da qualche anno ho scoperto la passione per la scrittura ed il giornalismo che ho affiancato, con successo, alle mie attività professionali di Personal Chef, Consulente f&b ed Event Planner. Le scoperte di Chef Angelina hanno avuto un impatto notevole tra i lettori che, attraverso i miei racconti, hanno potuto scoprire nuove realtà fin'ora rimaste nell’ombra. Oggi approdo con orgoglio a “Di testa e di gola” con la ferma intenzione di continuare sulla stessa scia delle mie passate esperienze giornalistiche e continuare a regalare, ai nostri lettori, nuove ed interessanti scoperte, tante buone ricette, sempre con buon umore, sincerità ed integrità.
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